Il mio lockdown lontana da casa. pt.5

«C’erano due uomini. Karol Wojtyla, il pontefice di Roma.. Pronunciava la parola proibita: libertà. E c’era un uomo, Fidel Castro (…). Sorrideva incerto (…). Ora era in silenzio, in solitudine: l’inesorabile solitudine dell’uomo di una Rivoluzione che non ha saputo costruire amore».

Umberto Folena, Avvenire 2018

MINACCIA AL NATALE

L’altro ieri era l’8 Dicembre e in Italia per tradizione era il giorno dell’albero. Se mi seguite sul mio profilo Instagram, avrete visto la mia allegorica rivisitazione di Babbo Natale e la mia renna speciale che ha fatto impazzire tutti! Per me questo periodo dell’anno è sempre stato emblema di condivisione, di piacevole riunione familiare, incorniciato da luci e atmosfere calde, da caminetto e prelibatezze caserecce, d’altronde sono cresciuta in una famiglia napoletana! Alle 10.30 del mattino ho ricevuto la chiamata di mamma, chiedendomi di raggiungerla per pranzo, così, ho deciso di prepararmi e andare a passare la giornata in compagnia.

Vedendo la tavola imbandita, le candele accese, l’albero che proiettava le sue luci sul collo della bottiglia di rosso, la mia testa in un attimo si è messa a viaggiare, ed è stata catapultata a quel momento, quel preciso istante, i primi giorni di quarantena a La Havana, quando il cibo già cominciava a scarseggiare, a quando zia mi diceva con tono scocciato, che la coda per il pomo di aceite (bottiglietta dell’olio), era arrivata dall’altro capo della strada e sicuramente non sarebbe bastato per tutti, a quando il pollo, una delle poche carni reperibile, già non si trovava più.

Il tema del Natale è stato molto dibattuto sull’isola. Dal trionfo della rivoluzione castrista, la tradizione natalizia, importata dagli spagnoli, divenne un’ ulteriore proibizione. I motivi erano svariati, ma prettamente di carattere politico e economico; i conflitti fra la chiesa cattolica e lo stato laico che voleva Castro, ostacolare la produzione di canna da zucchero, molto prolifera in quel periodo dell’anno, la scarsità di alimenti, giocattoli e oggetti per la celebrazione della festa, tant’è che nel 1969 il comandante, decise di proibirne la celebrazione per più di 30 anni.

Pensiamoci, con questo nuovo lockdown italiano stiamo lottando con le unghie e con i denti per non farci togliere il Natale, lo spirito di condivisione a cui siamo abituati, nel bel mezzo di una pandemia che impone una limitizione dopo l’altra, e dall’altra parte del mondo, lo stato era proprio riuscito a sradicare questa festa. Solo il viaggio di papa Giovanni Paolo II nel 1997, restituì la tradizione del Natale ai cubani, almeno la fede in essa, perchè le difficoltà legate alla celebrazione, per come consumisticamente noi la intendiamo, rimase e rimane insita nella realtà dell’isola tutt’ora.

Viaggiando a Cuba difficilmete troverete alberi addobbati, ghirlande colorate, luci sgargianti per le vie, tutto ciò non esiste, i bambini non credono a Babbo Natale, perchè non gli è stato insegnato a crederci, non sanno cosa significa la magia, perchè troppo presto ricevono lo schiaffo della realtà. L’ostacolo, il macigno insormontabile rimane, trovare abbastanza cibo, generi di prima necessità, che sia un giorno di festa oppure no, l’ansia è riuscire a sfamare sempre tutti.

Io credo che la magia a Cuba esista, l’ho vista, sta negli occhi delle persone che ti amano, sta nel sorriso di un bambino che riceve da te una caramella, sta nell’allegria di un ballo improvvisato, quando la bodega distribuisce saponi e dentifrici e sta nei giovani che improvvisano una partita di calcio per le vie maltrattate della città, che ti tirano la palla sulle gambe e abbassanado la testa ridendo e imprecando perchè gli hai interrotto il loro gioco.


Il mio Natale inventato a Cuba, nel mio piccolo mi sento di aver donato qualcosa con la mia presenza, un piccola babba natalina, con un’amico renna speciale.


Rielaborazione grafica di cactus cubano
Miami 2017

Corri ICHI !!

La bandana di questa signora, era la cosa più americana che potevo vedere

MIAMI BABY!

Restando in tema natalizio, la vigilia della mia vera e propria quarantena, avevo un’altra opzione di viaggio prima di gettare completamente la spugna, un volo diretto per Madrid.

Mi era stato comunicato telefonicamente dalla compagnia aerea e grazie a questa possibilità sarei potuta tornare in Europa, riavvicinarmi per lo meno, però non tornare a casa mia, sarei rimasta in balia degli eventi in Spagna, e in quel periodo, Marzo 2020, era altamente sconsigliato anche solo transitare nei cieli spagnoli, dato che era uno degli stati più afflitti dalla pandemia. Questa opzione mi faceva più paura della mancanza del pollo sinceramente, così rifiutai di partire con la consapevolezza che non sarebbero apparse altre possibilità, tutto stava inesorabilmente chiudendo!

Oltre oceano, ma giusto a uno schioppo, ci stava mio padre, lui che dall’Italia, si era trasferito a Miami da qualche anno, si era offerto di aiutarmi ad attraversare lo stretto Havana/Miami per passare la quarantena con lui e le mie sorelle, era davvero l’ultima occasione per non rimanere bloccata sull’isola a lungo termine.

Era una proposta allettante, ma ancora una volta l’America aveva inasprito i rapporti con i cubani, uno a uno vedevo i voli di qualsiasi compagnia sfumare, un attimo prima erano impressi, pronti per essere acquistati, e subito dopo alla richiesta di pagamento, letteralmente sfumavano sotto le mie dita, sotto il touch di quello schermo, di quel cellulare, che per riuscire a stare connesso mi stava costando più di un rene. Ultima corsa contro il tempo, il rush finale!!

“Abuelo andiamo in aeroporto e vediamo se mi fanno imbarcare!”

Benissimo e dove troviamo una macchina?! Che idea pensare di avere un’auto di proprietà come tutti noi qui in “Occidentolandia”, infatti quest’ultima resta un lusso per pochi, un bene trasmesso di generazioni in generazioni, dall’abuelo ai nipoti, oppure un regalo di un parente straniero, acquistarla è davvero difficile, dati i prezzi da capogiro e gli stipendi da tagliarsi le vene. In questo momento i taxi iniziavano a scarseggiare, nessuno voleva trasportare turisti, il nostro caro amico autista, che veniva sempre a recuperarmi in aeroporto, non se la sentiva, aveva tristemente risposto che non voleva “arriesgarse” (rischiare), trasportare un’italiana faceva davvero paura a tutti. Dovevo inventare, pensa e ripensa..che si fa…?! Chiediamo a ICHI!!

Il soprannome del nostro vicino di casa, almeno come lo avevo capito io, lui che con la sua macchina semi scassata era sempre in mezzo alla strada a sistemare qualcosa, lui che vestiva una salopette con un gancio allacciato e uno penzolante e sotto nulla o una maglia stracciata, che non lascava nulla a desiderare, tranquille non fantasticate troppo, l’immagine si distacca molto a quella che avete nella testa. Benissimo lui era la nostra salvezza, iniziammo una corsa incredibile, perché non sapevamo a che ora chiudessero gli sportelli delle compagnie, e come si sa, gli orari non sono mai molto veritieri a Cuba. Voglio tagliare corto, questa storia non è tanto emozionante tanto quanto sto cercando di descriverla, arrivammo in aeroporto, correndo, la ragazza dell’American Airlines era ancora lì seduta e aveva alcuni viaggiatori in fila davanti a sé più disperati di me.

“Eccerto!” La compagnia stava avvisando tutti che non si poteva più volare, nemmeno i cubani con cittadinanza americana potevano ricongiungersi alle proprie famiglie, l’America aveva chiuso le frontiere, Trump stava stringendo la morsa ancora una volta contro l’isola, e io stavo vivendo tutto ciò, questa relazione storico/sociale potevo sentirla sulla mia pelle. L’opzione di raggiungere l’areoporto, si rivelò solo uno spreco di soldi, tante chiamate, la perdita del rene, una corsa sfrenata, per vedere come alcune barriere venivano mantenute anche in un momento di estrema necessità, ma il lato positivo c’era, tornai a casa con mio nonno a braccetto, con le sue parole che risuonarono tanto belle nella mia testa:

“Beh almeno passiamo il mio compleanno insieme!”.

IL 25, COMPLEANNO COME NATALE

Stavo disperatamente cercando un modo per creare un parallelismo tra il mio lockdown iniziato a marzo e le feste natalizie che hanno già iniziato a infondere il loro profumo in questo nuovo lockdown in patria.

E mai come in questo preciso istante, mi rendo conto di quanto le coincidenze in questa storia non esistono, tutto doveva andare così, per permettervi di descrivere e farvi sognare la mia storia per come l’ho vissuta. La “falsa casualità”, la chiamerò così perchè come avrete ben capito, non credo al caso, in questa situazione è stata numerica, infatti il giorno 25 marzo 2020, era il compleanno di abuelo, e senza nemmeno pensarci troppo in quel giorno avevo deciso di preparare uno dei dolci di natale per eccellenza in sud Italia: gli struffoli.

Fragranti sfere dorate, ricoperte di miele, fritte dagli angeli e mangiate ogni anno durante le feste, senza di loro per me non era Natale, ah che bello essere nata mezza terroncella (mamma napoletana, padre cubano, ma che ve lo dico a fare!?).

Certo vi domanderete, come hai fatto , se dici che non c’era nulla, a preparare gli struffoli napoletani a Cuba?? La mia creatività e la voglia di stupire sempre tutti, me compresa, non ha mai avuto limiti, infatti mi ero alzata molto presto, come sempre, svegliarsi non era tanto difficile, dalla piccola finestrella sopra la mia testa, il sole filtrava con una semplicità incredibile, e io per il troppo caldo lasciavo sempre quello spiraglio aperto, giusto quello che serviva per accecarmi ogni santa mattina.

Step 2: preparare il caffè, vi avevo promesso di dirvi come viene fatto il caffè cubano, di certo molto peggio di quello che vi aspetterete. Infatti la coltivazone di caffè è una di quelle cose che tanto viene decantata sull’isola, ma ovviamente tutta la produzione è gestita dallo stato, non viene distruibuita o venduta internamete, ma esportata, lasciando così al popolo solo un vago ricordo del buon cremoso liquido marrone caramellato a cui siamo abituati. Il caffè a Cuba non è altro che………………una macinatura di…………….CECI !!!!!

Ebbene si amici, la miscela di caffè più venduta alla bodega (negozi dello stato) è un mix di caffè, con una percentuale molto bassa, e un tipo di ceci triturati, molto diffusi nella cucina tradizionale cubana. (Allora non posso dire che non era buono, solo molto leggero, ne avevo bisogno 10 al giorno per essere più o meno attiva).

Dominò e chicharrones ( pelle di maiale fritta e rifritta, tipico snack latinoamericano) significa festa!

Finestrella maledetta!

Ricaricata o meglio, appena appena energizzata, data l’inefficacia dei ceci, ero pronta per mettermi all’opera, pronta per la preparazione del pranzo e per dimostrare le mie doti culinarie a tutti, aveva inizio la mia missione struffoli, senza farina, senza zuccherini, senza vannillina o essenze, senza arance…insomma volevo creare un dolce senza il dolce!

Proprio come diceva un post simpatico su Instagram, inviatomi ieri da un’amica, volevo creare qualcosa partendo dal nulla senza nulla, ma non volevo darmi per vinta, perchè dovevo preparare un dolce a Cuba in questo giorno di festa!

E via con la creazione! Farina di mais, uova, maizena, scorze di lime e il super impasto legnoso era pronto, ora dovevo rollare e tagliare i miei amici struffoli, ma il processo si dimostrò più arduo del previsto, infatti la farina di mais non aveva la stessa resa di quella 00, ma io imperterrita continuavo.

Inoltre c’era poco olio per friggere, e quello nella padella era già stato utilizzato, ma non potevo essere troppo schizzinosa, ne sprecare altro olio per i miei esperimenti.. Così mal mi vogliano tutti i nutrizionisti e gli amici a dieta, ma dovevo friggere e potevo farlo solo con quello che avevo davanti a me. Pensandoci, credetti pure che un olio già usato poteva dargli anche un sapore più rustico, a posteriori ci ripenso e dico, che idee malsane e che ingenua ahah!

La frittura andò liscia come l’ol… beh magari evitiamo, tutto regolare insomma, era tempo di mantecare le belle palline dorate, che sembravano più un mix tra una palla da golf e da tennis, con il miele che fortuntamente non mancava!

Io sentivo già il profumo del Natale, a Marzo, e voi??

Ovviamente il Rum era immancabile, ogni festa che si rispetti richiede la giusta dose di alcolici, quel tantino per rallegrare tutti, e a Cuba non esite una fiesta che non sia a base di rum, sigari e musica.

Lei è la regina di ogni evento, di ogni momento bello, la si ritrova fra le strade di città, ma anche nei campi più desolati, non esiste persona a Cuba che non viva a ritmo, che non si rallegri ascoltando una canzone e che non festeggi un compleanno o un Natale con il volume da concerto da stadio!

La mia conclusione è che non importa quanto facessero pena quelle palline rifritte al miele, lo spirito del Natale, delle feste o in questo caso del compleanno è proprio questo, magari niente, non potersi permettere grandi lussi, ma ridere “disfruttando” un momento con chi si ama, ricordandosi sempre la fortuna di essere VIVI, me l’hanno insegnato loro, ogni giorno vissuto lì, sacrificando qualcosa, mi ha fatto guadagnare e imparare la cosa più importante :

MAI UBRIACARSI CON IL RUM SCADENTE!!

Faceva caldo, ero chiusa in casa ed ero ubriaca!! W la fiesta! Iniziamo con i selfie casalinghi ora!!

Ragazzi anche per oggi abbiamo concluso, io come sempre, vi lascio con una canzone cubana super natalizia,

STAY TUNED CHICOS e alla prossima settimana!!!!!

Beh, si sa che il Natale è anche un pò TRASH, così ho voluto lasciarvi questo video molto simpatico, che è stato la colonna sonora del mio viaggio a Miami nel 2017, scoperto dalle mie sorelline, il motivetto e il OH OH OH di SANTA CLU (Babbo Natale) ce l’ho sempre in testa ogni anno!! Spero che un pò di sana tamarria sia ben accetta, lasciatemi un commentino o un vostro parere!!!!

GRAZIE A TUITTI!!!

Classificazione: 5 su 5.

Vota pure il post, i vostri feedback sono la mia crescita!!!

Los quiero mucho!!!

5 pensieri riguardo “Il mio lockdown lontana da casa. pt.5

Lascia un commento