Il mio lockdown lontana da casa. pt.8

 “La Luna nella quarta casa significa una forte connessione con la casa, non solo quella in cui viviamo, ma anche la casa in generale, con il paese, le tradizioni, la natura.. Queste persone hanno solitamente bisogno di sentire una connessione con il passato e sono interessati a cose come oggetti di antiquariato o al loro albero genealogico..”

Astro Seek
Melia, modella cubana

Prima volta che vedevo un ARO SOLAR, Havana, 2 Maggio 2020

CAPODANNO ASTRALE

Non ci avrei mai creduto se non l’avessi vissuto sulla mia pelle. La conclusione di quest’anno, costellato da alti e basi, da infinite gioie e immensi dolori, è stata qualcosa di completamente inaspettato e unico nel suo genere. Non avevo piani fino a due giorni prima del 31, come mio solito arrivo sempre all’ultimo minuto e qui in Italia non ho praticamente più amici, molti per ragioni di lavoro o vita sentimentale, si sono spostati, hanno cambiato rotta, e come al solito io mi sono trovata ad affrontare questo momento dell’anno cercando di raccapezzolarmi per non rimanere sola o non passarla ancora con la mia famiglia, non me ne vogliano, ma avevo bisogno di cambiare aria dopo giorni di mangiate e chiusure.

Penso che la cosa più assurda e allo stesso tempo perfetta che mi sia successa in questo fine 2020 sia stato ritrovarmi a casa di amici di un’amica, che fino a quel momento non conoscevo, e aver avuto l’opportunità ancora una volta, di ritrovare me stessa, in una situazione totalmente nuova. Non sono mai stata una persona che ha avuto difficoltà a fare amicizie e stringere legami, ma la naturalezza di questa serata è stata qualcosa di davvero soprannaturale.

Stringere legami e iniziare a raccontare storie è qualcosa che mi è sempre piaciuta molto, ma essere messa alle strette dopo una lettura del tema natale scattata la mezzanotte, mettendo a nudo la personalità di ciascuno presente, è stato qualcosa di assolutamente incredibile e decisivo per definire la persona che voglio essere in questo nuovo anno agli albori.

Il tema natale è la lettura astrologica del momento della nascita, lo schema dei pianeti e segni zodiacali, qualcosa che non avevo mai approfondito prima, ma che ha fatto partire il mio 2021 con una consapevolezza nuova: devo assolutamente studiare astrologia!!

Sicuramente per esserne rimasta tanto esterefatta, il motivo principale è che tutto quello in cui credevo, quindi essere un segno del leone, forte, che vuole un po’ essere al centro di tutto, è stato scardinato totalmente, mettendo in luce il mio lato reale, la mia estrema fragilità davanti a persone appena conosciute. “Sei un Leone, non Leone”, così Anna mi ha descritto, e la verità è che nel profondo forse io lo sapevo già, non c’era bisogno di una lettura astrale per identificare le mie piccole debolezze, la mia mancanza di fuoco ed eccedenza di acqua.

In termini astrali la mia vicinanza all’acqua è qualcosa di estremamene vicino a me, da sempre, il mio desiderio di bellezza estetica, di una vita artistica e armoniosa, la mia voglia di aiutare gli altri in maniera romantica e disinterressata e la mia impossibilità di rimanere ferma, stabile, perché come l’acqua mi sentirei stagnare e perdere occasioni.

La descrizione della mia luna è ciò che realmente mi ha fatto credere e comprendere chi sono, senza più nessun istinto a coprirmi il volto con le mani, senza più dover nascondermi, senza più dover restare in disparte o fingere, sono una persona affidabile e sincera che ha cercato la sua casa lontana dall’unica casa che fino a quel momento conosceva, ho cercato le mie radici in maniera autonoma e individualistica e ora credo di essere pronta a iniziare il mio nuovo anno consapevole che un segno di fuoco ha sempre bisogno anche dell’acqua per agire, che come in astrologia, non abbiamo solo una casa, ma molteplici, più sfaccettature, e la lettura di mezzanotte ha concluso il mio ciclo, la mia avventura di un anno che mi ha insegnato molto di più di quello che pensavo su me stessa.

AGUA DE LA PILA

Ci ho pensato per giorni, cosa raccontare in questo nuovo post a cavallo fra la fine di un capitolo e l’inizio di un altro. Non è mai facile, non si sa mai con che piede partire, la maniera più giusta per attrarre l’attenzione, ci si aspetta sempre tanto o qualcosa in più, qualcosa di nuovo.                               

La mia vicinanza ai simboli e alla natura è nota, ma forse era da tempo che l’avevo tralasciata, non approfondita, dopo quell’esame di Brera in iconografia e iconologia, storia dei simboli e delle immagini, che mi aveva dato tanta soddisfazione e poi la vita vera, con meno simboli e più schiaffi.      

Credo sia giunto il momento che torni sulla retta via e vi racconti alcuni elementi e simboli che mi hanno affiancato nel mio soggiorno a Cuba. Uno dei più importanti credo sia proprio stata l’acqua ora che ci ripenso, e per rimanere vicina al mio tema natale.

L’acqua è stata una questione grossa fin dal mio arrivo nell’isola. Acqua che manca, acquazzoni incredibili, oceano di acqua e acqua che ti ammazza.

L’acqua che scorre dalle tubature cubane diciamo che è potabile, ma ricca di batteri non assimilabili da noi europei abituati a S. Pellegrino e acque filtrate dai più potenti depuratori. I primi giorni, quando ancora ero in vacanza, prima della minaccia del virus, mi presi una bottiglietta al giorno, continuavo a spendere i miei soldi in acqua potabile, consumando anche una marea di bottigliette di plastica, cosa che mi seccava molto, ma purtroppo non c’erano grandi alternative, tutti mi spaventarono fin dall’inizio di non provare mai l’acqua dal rubinetto o avrei avuto gravi problemi di stomaco, o batteri che avrebbero ballato una salsa frenetica, facendomi dirigere immancabilmente al primo wc disponibile.

Il problema della mancanza d’acqua in quartieri poco turistici poi è evidente, per comprare le mie bottigliette bisognava recarsi per forza verso il centro Havana o le petrol station, i negozietti delle stazioni di benzina, sempre un po’ più riforniti, ma cari come il fuoco.

Insomma per tutta la durata del viaggio, avevo messo ben in conto di dover sopravvivere comprando acqua giornalmente, ma quello che non avevo preventivato, era di dover vivere per altri cinque mesi bevendo acqua imbottigliata che non potevo poi tanto permettermi, era davvero una spesa inutile e anche difficile da reperire.

Mi ricordo benissimo che gli ultimi giorni, prima di quello che doveva essere il mio rientro a Marzo 2020, passai tre giorni in campagna, a casa di una ragazza cubana incontrata a Trinidad, nel mio viaggio in solitaria, e rimanendo in contatto con lei ci organizzammo per rivederci e trascorrere del tempo di grandissima qualità con la sua famiglia in un pueblos de campo (Paesino di campagna), una frazione di Pinar del Rio, a ovest rispetto a La Havana. Fu lei che mi disse di non comprare più l’acqua in bottiglia, vicino ai campi e in mezzo alla naura, l’acqua è migliore, non poteva succedermi nulla di male. Così con coraggio decisi di abbandonare la plastica e l’acqua turistica, alla volta della gastrointerite, ma sapete che è successo??

Anche in questo caso ho scoperto di essere più cubana di ciò che pensassi.

L’acqua, anche se fuoriusciva dalle peggiori tubature non mi faceva alcun effetto, anzi la trovavo molto bevibile e questa notizia credo sia stata una delle più belle avute, anche perchè volente o nolente, dovevo buttar giù quell’acqua per i restanti mesi. Uno dei metodi per eliminare alcuni batteri era bollire l’acqua sul fuoco, in grandi calderoni per poi travasalva nelle bottiglie usate, così da eliminare almeno un po’ del calcare presente, ma sinceramente il sapore dopo averla bollita e raffreddata era qualcosa di imbevibile, così terminai per bere sempre direttamente dalla pila (dal rubinetto) e fortunatamente il mio stomaco stava da favola!

La pioggia dal terrazzo di abuelo

L’acqua che gocciolava dentro casa
Lluvia
Los colores pasada la tormenta
Aguacero despues de la escuela
Esperando..

EL AGUACERO. L’ ACQUAZZONE

La necessità d’ acqua in un paese tropicale, dove ci sono sempre 30 gradi anche all’ombra, è qualcosa su cui non mi ero mai fermata troppo a pensare, finchè non mi sono ritrovata a viverci.

Erano molti giorni che non pioveva, la siccità era pesante, ricordo che staccarono l’acqua più volte quella settimana, anche dalla pila, rubinetto, non ne usciva nemmeno una goccia. Insistentemente chiedevo a zia perchè con quel calore infernale e tanta necessità di idratarsi, il governo decideva di staccare l’acqua e la risposta era sempre la stessa, bisognava risparmiare, consumarne meno possibile e lo stato per veicolarla e farne usare lo stretto necessario, la staccava continuamente.

La popolazione alle strette, doveva farsi docce con secchiate dai tanque, come vi spiegavo in un precedente post, e ricordarsi sempre di tenere in frigorifero bottiglie riciclate piene di acqua, o nel momento meno opportuno non c’era la possibilità di riempirle e di bere.

L’esperienza più bella del mio soggiorno cubano, arrivò un giorno, uno di quelli torridi e insopportabili, in cui camminare sotto il sole era illegale e si rischiava di scottarsi stando cinque minuti esposti. Proprio in un giorno come questi, decisi di raggiungere casa di nonna, per uscire dalla monotonia della mia soffitta calda e andare a mangiare le prelibatezze bollite che preparava la casa di cura, che gliele consegnava direttamente a casa giornalmente.

Erano circa 4 km di puro sudore, non una grande distanza, ma decisamente impegnativa sotto quel sole. La meraviglia arrivò solo dopo aver pranzato il solito arroz blanco con la calabaza e los chicaro (riso bianco, zucca e ceci). Il cielo iniziò a farsi oscuro, una brezza scuoteva le palme alla fine della strada, decisamente più fresca, percepita da subito dai primi peli rizzati sulle mie braccia.

In compagnia di mio cugino e zia, iniziammo a correre verso casa, perchè qualcosa di pericoloso ed incredibile stava arrivando.

EL AGUACERO.

L’acquazzone più bello, potente e incredibile mai visto. In un attimo le strade si svuotarono di persone, i cubani si appartarono in casa o sotto i vari tetti, più nessuno riempiva le strade, solo noi correndo con i primi goccioloni cadendo da quel cielo tormentato.

E in un secondo, lo scroscio..

Avevo la pelle d’oca, la brezza si fece tormenta, il vento agitava le goccie, diventate ormai proiettili, “Presto, una tettoia!” E in attimo una delle scene più belle che abbia mai visto, se tutti gli adulti si erano rintanati in casa, i giovani e i bambini iniziavano a ripopolare i cortili e le strade, tirandosi per terra, giocando con i goccioloni pesanti, faciendo CIAK ad ogni passo e lanciandosi in pozzanghere che, negli avvallamenti delle strade, sembravano delle piscine naturali.

Eravamo arrivati a casa fradici , avevo le converse che sembravano le ampolle per i pesci rossi, la maglietta lasciava trasparire tutto e i miei ricci si erano inzuppati completamete, avevo sicuramente uno dei sorrisi più belli mai accolti dal mio viso, me lo sentivo. Quella visione era bellezza per gli occhi, vedere la gioia portata dall’acqua, vedere tutte quelle lingue tirate all’insù per acchiappare quelle goccie giganti, tutto ciò è rimasto indelebile nella mia memoria, e in questo capodanno di astrologia, scoprire che il mio elemento principale è proprio l’acqua, mi ha riportato alla memoria a quell’acquazzone di felicità.

LA BONTA’ DI YEMAYA’

Vi racconto una storia:

“Olofi, colui che creò il mondo, era disgustato con tutta l’umanità, perchè non avevano più fede in lui, lo avevano dimenticato. Decise perciò di togliere la pioggia. Con la prolungata siccità, iniziarono a morire gli animali, si seccarono i campi, e quasi non c’era più acqua nemmeno da bere. Tutti gli Orishas, coloro che avevano il compito di curare il mondo, molto preoccupati decisero di mandare Yemeyà a visitare Olofi. Yemayà dovette attraversare le montagne e raggiungere una vetta altissima per incontrarlo. Camminando per diversi giorni era tanta la sete che aveva, era esausta, arrivata finalmente ai giardini sulla vetta, non resistette e si mise a bere da una pozza puzzolente che incontrò. Olofi notò che c’era un’intruso che stava bevendo quell’acqua sporca, e avvicinandosi capì che si trattava di Yemayà. Fù tanta la compassione nel vedere quella scena, che il Dio decise che avrebbe perdonato gli uomini e che avrebbe mandato l’acqua sulla terra poco a poco, perchè l’acqua era il bene più prezioso.”

Yemayà, per la cultura santera cubana, è la Madre delle acque, della vita, la Madre di tutti. Sono stata sempre molto attratta da questa potente figura femminile, questa regnante bella e indomabile.

L’iconologia di questa Santa, mi ha accompagnato durante tutto il mio percorso di studi durante l’Accademia d’Arte, i colori blu e azzurro iniziarono a riempire le mie tele e i miei disegni, continuamente. Allora non avevo ricevuto letture astrali, e per quanto ancora non so quanto peso darne nella mia vita, ho sempre sentito un forte legame ed energia con il mare, con l’acqua e gli animali marini, ricordo ancora la prima volta che ho visto da vicino un delfino e le mie lacrime non volevano saperne di restare tranquille nel loro bulbo. La simbologia dell’acqua mi ha seguita, come un’onda sono stata trasportata dentro questo mondo in maniera scioccante, come vi raccontavo; scoprire di avere un padre in tarda età, con una cultura totalmente diversa da quella che fino a quel momento conoscevo, scoprire di avere una famiglia lontana, ma soprattutto scoprire una tradizione, religione animista e spirituale nuova, per una creativa come me, ha completamente cambiato il mio approccio alla vita.

Non ho mai pensato di fare una vera conversione a questa religione appena scoperta, anche perchè non ne condivido tutti gli aspetti, e la curiosità di sapere le storie, i racconti e i dettagli, all’inizio venivano prima di tutto. Grazie al mio primo viaggio sull’isola, conobbi gran parte di quello che sò , il mio irrefrenabile desiderio di approfondimenti trovava sfogo in arte e nelle letture in spagnolo di alcuni libri, trovati nelle librerie callejere (di strada) de La Havana.

Ricordo, le interviste con le persone locali, le lunghe camminate avvistando cocchi rotti e bamboline, le visite ai luoghi dove tutt’ora si sacrificano animali, e il rientro a casa, in Italia, molto più consapevole di prima e meno consapevole della persona che ora scrive queste pagine. Ricordo la mia tesi di laurea, forse ancora incerta e immatura, ma comunque che ha regalato molte soddisfazioni.

L’arte ha proseguito e chiarito quello che non comprendevo a parole, ha approfondito i miei studi, ha fatto sì che potessi esorcizzare tutto quello che avevo vissuto, mi ha fatto assimilare e comprendere che ognuno di noi ha infinite sfaccettature.

La mia arte, quella che ho creato per anni, non mi è mai piaciuta, ma solo ora comprendo, che non doveva essere bella, non doveva essere per forza compresa, quell’ espressività è stata l’unico mio canale di sfogo, in un momento di sovraccarico di emozioni, in un momento in cui dovevo capire: chi ero e da dove venivo.

In un momento di tante delusioni e anche tante gioie, una goccia è caduta dal cielo, si è poggiata sulla tela bianca e ha sfumato un corpo danzante.

L’ARTE E’ STATO IL MIO AGUACERO DI LIBERTA’!!!!

“OLOFI” reinterpretazione 2013, Venduto

“La creazione di Olofi”, Progetto “Siamo figli delle stelle”, 2014

Me stessa nei panni di Yemayà, progetto tesi: “El baile del alma”, 2017

VI LASCIO UNA BELLISSIMA CANZONE DEDICATA A YEMAYA’. SEXTO SENTIDO

FELICE ANNO NUOVO A TUTTI I LETTORI E AMICI, CON LA PREGHIERA CHE QUEST’ANNO SIA RICCO DI BUONE AVVENTURE E NUOVI LATI POSITIVI,

GRAZIE DI AVER INTRAPRESO QUESTO VIAGGIO CON ME..

ACHE’

Yemayà

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