Il mio Lockdown lontana da casa. pt.9

Non m’interessa ciò che fai per vivere. Voglio sapere che cosa ti fa male – e se osi sognare di incontrare il desiderio del tuo cuore. Non m’interessa quanti anni hai. Voglio sapere se rischierai di sembrare un pazzo – per amore – per i tuoi sogni – per l’avventura di essere vivo.

Oriah Mountain Dreamer

Lezione di pattini a rotelle in centro a Trinidad
Lezione di pattini a rotelle in centro a Trinidad

IL SENSO DEL VIAGGIO

L’anno nuovo è iniziato a suon di buoni propositi e test psicologici. Due giorni fa, mi sono imbattuta nel test delle sedici personalità, un test sincero che dà una leggera ma netta analisi sulla personalità, a seguito di un quiz a risposta multipla, dove non c’è un giusto o sbagliato, esiste solo la sincerità. Mi sono stupita dal risultato incredibile che questo semplice test, ha fatto apparire sullo schermo.

Personalità Attivista, con la sua definizione, ha descritto in pochi punti alcuni dei miei aspetti principali: “Gli Attivisti sono modellati dalla loro natura visionaria, che gli consente di leggere tra le righe, con la curiosità ed energia. Essi tendono a vedere la vita come un grande e complesso puzzle dove tutto è collegato – guardano attraverso un prisma di emozioni, compassione e misticismo e sono sempre alla ricerca di un significato più profondo”.

Perchè dovrei condividere la mia natura psicologica, scoprirmi e denudarmi di fronte ai lettori? Beh credo non ci sia forma migliore del raccontare un’esperienza se non, facendolo nel modo più naturale e umano possibile, nudi e veri di fronte alla vita.

Cuba 2020, non è stato il primo viaggio che affrontavo da sola, ma posso dire che è stato il primo viaggio dove mi sono sentita estremamente sola e allo stesso tempo estremamente amata da persone che a malapena conoscevo, e tutto ciò è accaduto perchè nulla di quello che avevo programmato si è avverato, anzi le migliori avventure sono semplicemente accadute, come ha scritto Oriah, “ho rischiato di sembrare pazza, per l’avventura di sentirmi ancora una volta viva”.

Ho cercato di viaggiare con sincerità, di collegare tutto il mio puzzle di emozioni e esperienze, incastrandolo fino a qui, in questo momento in cui battendo lettere sulla tastiera, mi sento ancora estremamente connessa con Cuba e la vita che ho vissuto per gran parte dell’anno appena concluso.

La tormenta era passata, aveva dato uno scossone di adrenalina, e anche dato la possibilità ad alcune piante aride di rigermogliare ancora, perché si sa, la natura fa questo, lascia rinsecchire e morire tutto, ma allo stesso tempo permette sempre di rinascere, in vesti nuove, con un piumaggio più folto o un fogliame brillante, diverso e unico.

A Cuba mi sono sentita così, le mie certezze e sicurezze erano state annientate, fatte a brandelli da qualcosa più grande di ognuno di noi, ma ad oggi posso riconoscere, che aver vissuto il primo lockdown in quell’isola, ha fatto rinascere quella parte di me che aveva necessità di morire, ha risvegliato un’istintività nuova, ha riacceso la passione e la voglia di scoprire e reiventarmi, ancora e ancora.

Sono stata chiusa per oltre due mesi, in quella casa in periferia dell’Havana, imparando a stare al mio posto, senza nessun comfort, senza far sapere a molti che stavo lì, perché, come vi dicevo i turisti dovevano alloggiare in hotel appositi.

La mia voglia di scoprire il mondo cresceva e diventava famelica ogni giorno di più, non mi bastavano più i fogli e gli acquerelli, volevo scrivere e disegnare la mia vita sull’isola vivendola, assaporarne la vita di periferia, andando al mercato, incontrando persone nuove, scoprendo gusti e colori che ancora non conoscevo.

Mi era facile ricordare quello che avevo vissuto poche settimane prima, persa nei miei pensieri e nelle immagini scattate ho passato la quarantena vivendo e cercando di non perdere ogni dettaglio recentemente vissuto, il mio viaggio in solitaria in Oriente mi aveva in parte già cambiata internamente, ed ora ci tengo a fare un salto nei miei ricordi con voi.

Praticando yoga nella soffitta
Sempre insieme

Los colores de la fruta

TERMINAL DE OMNIBUS

Faceva estremamente caldo, come al solito, e l’autobus della terminale di Omnibus (società cubana dei trasporti) dell’Havana, stava aspettando di essere riempito. La mia famiglia era totalmente contraria a lasciarmi andare da sola in viaggio, una ragazza da sola non rischia in termini di pericolosità, Cuba è un paese molto sicuro rispetto ad altri, e con i dovuti accorgimenti è molto facile percorrerlo in lungo e in largo in solitaria, ma avere una famiglia cubana complicava le cose.

Apprensione e gelosie dovevano essere messe da parte, io sarei partita, avevo attraversato l’Atlantico per stravolgere la mia routine e vivere un’avventura!

Lo zaino era abbastanza leggero, l’avevo riempito con poche cose, qualche vestito fresco e qualcuno per eventuali escursioni, macchina fotografica, tanta grinta, ecco non mi serviva nient’altro.

Zia mi tenne fino all’ultimo istante per mano o sotto braccio, come a sottolineare la proprietà, a qualsiasi cubano o persona mi guardava per più di qualche secondo, ancora non riusciva a mandare giù l’idea che sua nipote italiana aveva questo spirito, quello attivista della scoperta e la necessità di dover vivere un’esperienza così, sola, con pochi oggetti e completamente all’oscuro di ciò che avrebbe trovato.

Dopo un pisolino di un paio d’ore ero più attiva che mai e incantata, non riuscivo a distogliere lo sguardo dal finestrino di quel bus. Vedevo cambiare la vegetazione, dalla città eravamo passati alla campagna e successivamente all’autostrada, tutto totalmente diverso da ciò a cui siamo abituati a vedere, i mercati per strada avevano colori sgargianti con platani e frutabomba (papaya) a vista, appena fuori dalla città i colori iniziavano a diventare, gialli, caldi, arancioni in contrasto con quei verdi e marroni delle palme da cocco e platani, una meraviglia per gli occhi.

La mia destinazione era Trinidad, un meraviglioso pueblo coloniale situato a metà dell’isola, molto turistico negli ultimi anni, ma decisamente una località che ci tenevo a visitare, per la sua storia, i suoi colori, e la strategica posizione fra le montagne più belle, facente parte del parco naturale di Topes de Collantes e il mare cristallino e mozzafiato del sud.

In questo posto, che non so’ da che parte iniziare a descrivere, ho lasciato un pezzo del mio cuore.

HOME SWEET HOME

Ero appena arrivata nella piccola e variopinta cittadina, i miei occhi non sapevano da che lato osservare, c’erano assolutamenti tutti i colori di una tavolozza lì in quei frame di vita.

Dovevo incontrare proprio alla terminale il proprietario della mia casa particular. Una delle bellezze cubane, a parer mio, è l’aver inventato i primi B&B casalinghi, l’ospitalità familiare e naturale, pagare un prezzo ragionevole e avere anche le coccole e l’accoglienza di una famiglia o un gruppo di persone che si prende cura di te, meglio di qualsiasi hotel. La casa particular, come dal nome, non è altro che una casa, sistemata al meglio, dove poter soggiornare uno o più giorni, avendo la possibilità di vivere a stretto contatto con la cultura e abitudini locali, nulla di meglio per viaggiatori solitari, in cerca di consigli o compagnia. Il termine significa letteralmente “casa privata”, ma ha iniziato ad essere usato per indicare un “alloggio privato” a partire dal 1997, quando il governo cubano ha permesso ai propri cittadini di affittare ai turisti le stanze delle case o dei loro appartamenti, fornendo così alle famiglie cubane la possibilità di nuove fonti di reddito.

Oltre la catena di metallo che determinava la fine del piazzale del terminal, vidi un piccolo ometto, simpatico e sorridente, con un caschetto in testa e una mano sollevata, lui era il mio uomo, senza fraintendimenti, era il proprietario della casa particular che avevo prenotato, e mi stava aspettando per accompagnarmi in motorino nella mia nuova dimora.

Ero già emozionatissima, non so quanti anni sono passati da che facevo un giro in motorino, e lui si dimostrò cordiale e disponibile, non ne avevo dubbi, arrivata a casa, il primo impatto fù meraviglioso, vivevo in una stanza che era una reggia, il triplo dello spazio che potevo permettermi a La Havana, con doppio letto matrimoniale e anche un bagno privato, la terrazza per cene o colazioni era splendida e dava sulla città, cosa potevo voler di più, era partito tutto alla grande!

Ah dimenticavo, avevo dei coiquilini di casa particular, una coppia dolcissima dal Canada, che parlava solo inglese e faceva fatica a comunicare con l’oste, così nel giro di pochi minuti stavo sfoderando il mio inglese, lasciato fino a quel momento a Londra, in letargo.

All’arrivo

Plaza Carillo, di fronte la mia casa particular
Plaza Carillo

Chiesa abbandonata

VIAGGIARE SOLI CAMBIA LA VITA

In fretta e furia, avevo lasciato tutte le mie cose in stanza, non stavo nella pelle di conoscere meglio la città, presi solo la macchina fotografica e il marsupio con pochi soldi e senza meta iniziai a vagare per la cittadina.

Non avevo una destinazione precisa, non sapevo cosa aspettarmi o vedere, avrei avuto tempo il giorno seguente per delle escursioni più mirate, ora volevo solo godermi l’anima del nuovo luogo, volevo sentire le vibrazioni e seguire l’istinto.

Non avevo internet nel telefono, se mi fossi persa avrei semplicemente chiesto indicazioni per l’indirizzo dove alloggiavo, ero carica e volevo disconnettermi da tutto, riconnettermi solo con ciò che mi circondava, lasciarmi plasmare e cambiare dalle energie che si respiravano in quel luogo.

Le strade erano antiche, formate da grosse pietre, difficile da camminarci con dei tacchi o sandali pensai, ma erano anni che non indossavo tacchi, il mio outfit per la prima giornata di viaggio mi si addiceva proprio, ricordo benissimo di esser stata struccata con i ricci al vento, un lungo vestito marrone caldo, un pò gitano, interrotto dal mio marsupio e delle scarpe da ginnastica comode.

Ero totalmente a mio agio, se non che, mi ero totalmente persa, e le poche indicazioni che avevo chiesto non mi mandavo nel centro della città, se no sempre più ai margini. La solita Chiara, che ascolta poco e fa di testa sua, vagavo in quelle stradine tutte simili fra loro, con quelle case sgargianti, fino a che mi persi nella bellezza e antichità di una chiesetta abbandonata, scoperto successivamente che era destinata a Sant’Anna ed era uno dei resti storici della città.

“L’erba cresce alta intorno al campanile con il tetto a cupola e i portali arcuati sono stati murati molto tempo fa, ma lo scheletro di questa chiesa diroccata (1812) continua a reggersi spavaldamente in piedi. La sagoma della chiesa, che si staglia come una sorta di figurina da ritagliare, ha un aspetto spettrale con il buio”. Lonely Planet Italia.

Sentivo forti vibrazioni positive, quelle mure alte e storiche mi ricaricarono nuovamente, nell’intento di trovare la strada giusta però mi persi di nuovo.

Continuavo a camminare avanti e indietro, credo anche in circolo ad un certo punto, ero ammaliata da ogni dettaglio, ad un tratto sentii una voce, squillante e decisa:

“Hola! tienes un caramelo?” (“ciao, hai una caramella?)

Mi voltai, e vidi una bambina simpatica sul portone di una casa che mi sorrideva con quei due dentoni nuovi appena cresciuti. Io felici mi scusai perchè non avevo nulla con me, nessuna caramella e nemmeno soldi. Dal momento in cui risposi alla bambina, i genitori e la nonna, presumo, che stavano all’interno della casa si affacciarono, e iniziarono a farmi tantissime domande.

Una consuetudine a Cuba l’elemosina, che imparai presto, il livello di povertà fa chiedere sempre ai turisti, soldi o oggetti di consumo anche da rivendere, i bambini imparano fin da piccoli, che il turista porta cioccolato o caramelle, così senza peli sulla lingua, chiedono tranquillamente a chiunque passi e gli sembri possa portarne un po’ con sè.

Le domande riguardavano, la mia provenienza, che ci facevo sola soprattutto, dove ero diretta.. Insomma un questionario lunghissimo, ma devo dire la verità, mi sentivo davvero felice a poter interagire con altre persone, avevo la possibilità di chiedere, fare doamande anche io, e sicuramente mi sarebbe tornato utile sapere dove mi trovavo per tornare verso il centro città.

Mi fermarono quasi subito, il padre prese la parola e mi disse: “Secondo me sei spagnola, parli troppo bene”. Iniziai da quel momento a raccontare la mia storia, a persone sconosciute fino a un’attimo prima, gli dissi che ero in viaggio, che sono italiana e cubana e la mia famiglia è dell’Havana, ma qui a Trinidad mi trovavo di passaggio. Si illuminarono, quasi che mi invitarono ad entrare,

“Ecco perchè parli così, e sembri anche cubana!”

Non chiedetemi il motivo , ma quelle parole mi riempirono il cuore di gioia, ero stata riconosciuta, in fondo si notava, non solo mi ci sentivo un poco cubana, ma dall’esterno si notava pure, chiamatemi stupida, ma per me era un gran complimento, sentivo quella sorta di appartenenza che non era dovuta al fatto che stavo sempre sotto l’ala protettiva della mia famiglia, anche lontana dalle sicurezze e dalla mia casa cubana, ero stata identificata e rispettata, per me questo era il giorno migliore di tutti.

Terminata la breve conversazione con la famiglia, mi feci indicare la direzione per il centro, salutai tutti a distanza, ma venni interrotta dalla bimba, che con tutta la sua ingenuità mi disse:

“Fa niente per la caramella, ma mi fai almeno una foto?”

Ero semplicemente felice.

Scorcio sulla chiesa di Sant’Anna

L’attesa
“Hola tienes un caramelo?”

Chicos come sempre siamo giunti al termine, spero che questo ricordo di viaggio vi sia piaciuto..

Con tutta la positività che mi resta credo che torneremo presto a viaggiare, me lo sento, nel frattempo condividerò solo bellezza!

Ciaooooo!

la canzone che mi ha accompagnato nel mio soggiorno a Trinidad

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