Il mio lockdown lontana da casa.pt.12

ZONA GIALLA E FALO’

Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno. Il giorno era cocente. Mi ha infiammato per il resto della mia vita.”

Frida Khalo
GIALLO

Sono nata il 22 dell’ anno 1994, sotto un cielo d’agosto caldo e afoso, come Frida, musa ispiratrice, sento che anche io sono nata sotto il segno di una Rivoluzione. E per Rivoluzione intendo qualcosa di nuovo, inatteso, un cambiamento radicale innovativo e con una forza sconvolgente, con un sole caldo e pieno, alle due di pomeriggio, sono nata in un paese pacifico, da un genitore autoctono e un altro di passaggio. La Rivoluzione era in corso, ‘in quel fuoco sono nata’, tra gentili cure e dolci piaceri, un’europea lontana dalla fame e carestia del ‘periodo especial’ cubano.

Ventisei anni dopo sono arrivata all’origine, ho iniziato ad ardere nel mio secondo paese, ad affrontare tutto con estrema vicinanza, rischiando di scottarmi molte volte, ho affrontato e vissuto la clausura con estrema umiltà e benevolenza, ho goito e pianto nella mia seconda casa, ho accudito e mi sono presa cura, cercando di creare amore e non distruzione, ma i momenti di lite e incomprensione arrivano ovunque.

Ero esausta, avevo bisogno di evadere, non mi bastava più vedere tutto da una finestra, le mie due settimane in casa di mia cugina mi avevano fatto tanto bene, ma allo stesso tempo mi avevano rimesso in pista, mi avevano ridato la forza di ribellarmi, di non dire sempre ‘SI’ a tutti.

A volte mi sembrava quasi di esser tornata troppo bambina, tutti mi adoravano, mi stringevano, si preoccupavano per me, ed era bellissimo, ma stavo perdendo la mia naturalezza, il mio fuoco, la mia voglia di ardere e scappare alla volta di nuove avventure.

Per capirci era come stare in perenne zona arancione/gialla; sai che puoi fare piccole cose, ma sei sempre limitato da qualcosa o qualcuno, questi colori non sono fatti per essere tenuti in gabbia, i colori caldi hanno voglia di esplodere, hanno voglia di vivere, potevo capire se l’avessero chiamata zona grigia, avrebbe avuto senso, ma il giallo, il colore di questi giorni non è altro che la mia speranza, ora, come allora, di riscattarmi e tornare su una vetta a respirare a pieni polmoni;

L’ARIA DELLA LIBERTA’!!!

GIALLA COME OCHUN

“Il colore giallo ha una forte influenza sulle persone, in particolar modo sulle attitudini. Una persona estroversa ad esempio vede accentuare questa sua caratteristica”. In cromoterapia e nelle scienze che studiano i colori è risaputo che il giallo è il colore solare, associato all’astro che illumina e dà energia vitale, così come biasimare tutti i giovani scalpitanti che in questo periodo iniziano a richiedere libertà, a sognare nuovi orizzonti ad immaginarsi tramonti e albe da vedere oltre una finestra chiusa.

Io mi sento una di queste anime in trappola che aspetta con ansia di poter risplendere e ricominciare un nuovo capitolo. La simbologia del color giallo è qualcosa che mi ha accompagnato per molti anni, come vi spiegavo in precedenti post, nella Santeria cubana, o religione Yoruba, se la intendiamo per la sua connotazione africana, ogni colore ha un significato specifico, ha una sua rappresentazione tradotta attraverso l’iconografia di un santo o santa.

Una delle più importanti, che ha percorso con me gran parte dei miei anni accademici è proprio la raffigurazione della Vergine della Carità del Cobre, patrona dell’Havana, tradotta anche in lingua Yoruba, con OCHUN.

Già perchè ancora non ero arrivata a parlarne, insieme alla potente Yemayà, di cui ho indossato le vesti e ballato di fronte ad una fotocamera, per sviluppare la mia tesi di laurea, c’era anche la maestosa e potente OCHUN, la cui simbologia è stata la mia linea guida.

Gialla, estremamente civettuola, sorridente e positiva, simbolo di bellezza femminile e signora dei fiumi.

E’ proprio a questo punto volevo arrivare; parlarvi della simbologia di questa potente dea, forte e sensuale, per dirvi che anche io stavo per riscoprire la mia femminilità, la mia sensualità, perchè ero stata chiusa a lungo, e ora era tempo di tornare a vivere, la mia prima avventura dopo tanti mesi, fù proprio incredibile.

Iniziò per caso, o forse no, dal momento in cui la mia strada si era incrociata con quelle di diversi ragazzi e ragazze, un gruppo di amici, che da Trinidad si erano spostati a ovest per la passata quarantena, e ora erano pronti come me ad organizzare nuove avventure selvagge.

Mi ritrovai dopo un breve viaggio in un taxi particular, i taxi abusivi, in una natura incontaminata, ricca, fertile, quella che si può tranquillamente chiamare: la culla della vita; potevo finalmente RESPIRARE, ERO NELLA MIA NUOVA CASA, ero già entrata in zona verde!

Schizzi, disegni per Ochun, 2014

Progetto tesi, stampa fineart su dibond, 40×40, 2017
Soroa

SOROA, PARADISO PER L’ANIMA

“Somos hijos del monte porque la vida empezò allì; los santos nacen del monte y nuestra religion tambien” (Siamo figli del monte perchè la vita è nata lì, i santi nascono dal monte e anche la religione).

Fino a quando non mi trovai in cima a quella montagna, immersa in quella fitta vegetazione, con i piedi che accarezzavano l’erba calda, non avevo ancora inteso quel messaggio, quel mantra, che la religione cubana mi aveva messo sotto il naso per anni.

Tutti nasciamo dal monte, in che senso? Nasciamo da una vetta o era la metafora della vita, io ancora non l’avevo capito bene, finchè non ebbi la possibilità di raggiungere la mia prima vetta cubana, la montagna che sovrastava Soroa, un paradiso naturale in provincia di Pinar del Rio.

Ricordo che era passato già anche tutto il mese di giugno, era una giornata calda, come sempre d’altronde, e tutto quello che volevo era immergermi nelle acque fredde e accoglienti del fiume che scorreva dolce lungo il crinale della montagna. Dal pueblo campesino di Candelaria, dove soggiornavo in quei giorni, la distanza era breve, bastava prendere un piccolo autobus o GUAGUA in cubano, per circa 20 minuti e ritrovarsi direttamente al ristorantino che apriva le porte al passaggio per la cascata.

La cosa divertente, era che avevo già la mia compagnia, dei cubani folli e creativi che arrivarono con una Jeep vintage a benzina, per intenderci quella tipo da ranger nel classico safari in Africa, che poteva trasportare solo quattro persone, ma che noi riempimmo perchè eravamo una tribù, decidemmo di stringerci, accovacciarci, abbracciarci gli uni agli altri per fare un unico viaggio alla volta del monte, ah e non dimentichiamo portavamo con noi anche un cucciolo di Labrador di un’amica!

Salire fu una pacchia, giusto quella leggera sensazione di ansia di essere scoperta, in un 4X4 cubano, straniera senza documenti con un lockdown appena terminato alle spalle; ma con la grinta e l’energia di voler vivere un’avventura prima di dover ritornare in patria, d’altronde in quella situazione mi ci avevano messo loro!

Avevano confabulato di cancellarmi ogni aereo, di chiudere le frontiere e togliermi la libertà; questa piccola ribellione ci voleva, sarebbe stata un’esperienza da portare per sempre con me negli anni a venire!

SPUNTINO

Il primo impatto con la cascata e le vista dell’infinita vastità di Soroa, mi riempii il cuore di una gioia inimaginabile, stavo sognando a occhi aperti, mi sembrava di essere tornata alla vita, sentivo i battiti accellerare come quando sei innamorato, in quell’istante mi ero innamorata di quel luogo, era un’amore diverso e anche complice allo stesso modo, sentivo anche in questa situazione, di appartenere completamente a quel posto incantevole!

Mimetizzandomi completamente nel luogo che mi circondava, persi la cognizione del tempo, ero assorta e felice, ma stava arrivando l’ora di rimettersi in marcia, stavolta a piedi, sotto il sole delle cinque, per andare a preparare quella che sarebbe stata la nostra dimora per la notte; preparare il nostro accampamento felice in cima alla montagna, che sovrastava tutta la vallata tropicale.

Presi dall’organizzazione della nottata sotto le stelle cubane, nessuno aveva pensato ad uno spuntino da fare al fiume, le uniche riserve di cibo erano la pizza callejera (la pizza da strada, street food) che avevamo preso durante la salita, e gli ingredienti necessari per preparare la cena ad alta quota.

Eravamo tutti morti dalla fame, la pizzetta cubana è ben diversa da quella che noi possiamo immaginare, è più simile, come dimensione, a quella che si compra la domenica dal panettiere insieme al kg di pane.

Il sole era diventato davvero insopportabile anche se l’ora più calda era passata, ma camminare in salita, con zaini, tende e quel calore non era facile, i sali minerali li avevamo persi per strada e uno a uno iniziavamo a collassare, e fare brevi pause per riprendere fiato e asciugare il sudore. Fino a che la brillante idea di uno del gruppo:

“OYE MI GENTE AQUI ESTAN MUCHAS MATAS DE MANGO!” (Oh ragazzi, qui ci sono un sacco di piante di mango!).

In un attimo, come una piccola scimmietta, stava già cercando di arrampicarsi e con un bastone trovato nella vegetazione aveva trovato il modo di far cadere i più grandi e succosi al suolo!

Ragazzi, che ve lo dico a fare….era veramente la manna dal cielo in quel momento!

Il fiume

L’accampamento campesinos
La mia cucina
Falò

SPAGHETTI E FALO’

Lo spuntino ci aveva nettamente rigenerato e completate le ultime curve arrivammo al nostro accampamento, che non era nient’altro che la base di lavoro di due campesini, due agricoltori che custodivano i terreni e coltivavano yucca e malanga (tuberi cubani) in quelle zone.

I ragazzi li salutarono come vecchi amici e nel giro di pochi minuti mi sembrava di averci un legame anche io, così senza troppi indugi, decisi che la cena era compito mio, avrei potato l’italianità anche nei monti cubani, i fornelli erano tutti miei: SPAGHETTATA PER TUTTI!!

Come ve lo immaginate cucinare in mezzo alla natura incontaminata?

Per me, ad oggi, resta una delle esperienze più belle che abbia mai fatto, i nostri amici campesinos, erano organizzati molto bene, avevano preparato una brace con una pentola a pressione carbonizzata e una latta di alluminio, che permettevano però, di preparare gli alimenti base.

La cosa mi elettrizzava, non avevo paura di cucinare, anzi mi sentivo pronta a questa nuova sfida, avrei cucinato non più per il mio barrio, dentro una cucina semi attrezzata, ma bensì su una piccola montagna come una cavernicola, munita di machete, fiamme e utensili base tutti di legno.

La salsa era composta da pomodori, qualche wurstel, delle olive e qualcos’altro di cui ho vago ricordo, ma certo l’unica cosa assolutamente incredibile era che anche in quella circostanza mi ero sentita all’altezza, mi sentivo nel mio habitat, ero completamente carica di energie positive e le stavo trasmettendo anche nel cibo che avevo preparato per dieci persone con quelle condizioni precarie.

Tutto fù un grande successo, e la notte stava iniziando ad arrivare, le prime stelle stavano iniziando a riempire il cielo ed era già l’ora di raggiungere le nostre tende e appiccare il fuoco per scaldarci dall’umidità tropicale della notte e proteggerci dai numerosi insetti che ci avrebbero mangiati vivi, in quel paradiso.

Il falò, appiccato dai ragazzi della compagnia, mi ha ipnotizzata sin dal primo istante, catapultandomi in una dimensione di pace e benessere, lasciando spazio a pensieri e meditazioni su tutto quello che avevo vissuto, dalla cancellazione dei primi aerei, alle incomprensioni in casa con zia, alle avventure a Trinidad, fino a quel momento, in cui mi sembrava che tutto si fosse fermato e la perfezione mi avesse raggiunto.

Avevo coronato il mio sogno e anche molto di più, avevo trovato la pace dei sensi, il mio posto nel mondo, nel mio secondo paese, che ormai sentivo sempre più come una parte fondamentale di me.

GIUNSE L’ALBA

Addormentarsi sotto le stelle fù un gioco da ragazzi, il falò riscaldava la nostra culla, tenendo lontani insetti e animaletti indesiderati, tutto si era allineato.

Dormire non fù altrettanto piacevole, l’umidità era arrivata fin in fondo alla schiena, avevo il collo sudato e ormai non sopportavo più la posizione supina, così di scatto iniziai a intravedere uno spiraglio dall’oblò della nostra tenda condivisa, e decisa nel vedere l’alba sulla vallata, mi alzai, tentando di non svegliare nessuno della tribù.

Attesi pochi minuti, giusto il tempo di raggiungere lo spiazzo sotto il nostro accampamento, a piedi nudi calpestavo erba e legnetti secchi saltati dal falò ormai spento e consumato. Non posso descrivere a parole quello che i miei occhi stavano vedendo, sarebbe tutto superfluo, avevo davvero raggiunto l’apice, la vetta, quella descritta in ogni libro di Santeria che avevo letto in spagnolo.

Ora finalmente capivo cosa significava che tutti noi proveniamo dal monte, siamo figli del monte, la religione ancestrale africana aveva ragione, non mi ero mai sentita tanto vicina alla mia nascita, come in quel momento; la Chiara di prima era morta, almeno una parte di essa, lì sopra quel monte era giunta la RINASCITA…

…e non avrei potuto chiedere nulla di più bello dal mio lockdown lontana da casa!

Il risveglio a Soroa
GIUNSE L’ALBA

Anche oggi siamo arrivati alla fine, ragazzi ci tenevo particolarmente a questo post, ecco perchè gli ho dedicato più tempo, il mio consiglio è di ascoltare questa canzona ad occhi chiusi, immedesimandosi in quel paesaggio spirituale, e ascoltare la preghiera che Ibeyi, uno dei miei gruppi preferiti, fà alla fine della canzone.

A presto chicos!!!!!!!

Ibeyi- River

Classificazione: 1 su 5.

3 pensieri riguardo “Il mio lockdown lontana da casa.pt.12

  1. Una storia, un racconto, un’esperienza, che aprono gli occhi a chi ha la fortuna di poterli leggere e che fanno riflettere su quanto siano spesso importanti la libertà e il contatto con la natura, che ci permettono di rinascere e dare luce a ciò che spesso non vediamo.

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