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Chi sono? Da dove vengo? Cosa faccio?

Hola chicos!

Quante volte ho letto e riscritto e cancellato tutto questo, non posso più contarle, sono troppe. By the way, Sono Chiara Di Leo, una riccia creativa con origini italo/cubane. WO WO WO!!! Quando dico Cuba sempre gli animi si scaldano e improvvisano già nella mente un balletto con una/o cubana/o con in mano un bel mojito e perchè no anche un sigaro di quelli che si vedono in ogni immagine con il tag Cuba, e per i non fumatori, una spiaggia caraibica con le palme che toccano il cielo. Beh in realtà la mia storia d’amore con la mia isola inizia tardi, solo dopo aver ritrovato mio padre nel 2011. Ebbene sì, ho un passato davvero bizzarro e incredibile oserei dire, da film strappalacrime. Cresciuta sola con mamma per tutta la mia infanzia, solo all’età di 17 anni decido che è il momento di saperne di più e scoprire chi è il mio papà, la parte latina avuta dentro e fuori sin da piccola, esibizioni, balletti, capelli da leone e corpicino formoso, erano i miei segni distintivi, la parte più caliente e meno europea di me. Dove vivo? Beh, diciamo un pò qua e là, il viaggio è sempre stata una cosa che mi affascinava tanto, ma per diversi problemi principalmente economici, non ho mai potuto scoprire prima dei 18 anni. Ora cerco di recupare il tempo perduto e negli ultimi anni, lavori permettendo, ho iniziato a girare un pò di più, riscoprendo la mia anima libera e felice che si dimostra in tutta la sua potenza quando sta in viaggio. Gli ultimi due anni li ho passati lavorando a Londra, la city così bella e frenetica, che mi ha donato tanto, ma che decido di lasciare per un mese e andare alla ricerca delle mie radici e trovare l’autenticità della vita nell’isola. Secondo voi ce l’avrò fatta? Avrò trovato quello che cercavo laggiù? (in un prossimo post scenderò nei dettagli, se vi interessano.) Cosa faccio è una bella domanda, io direi di tutto un pò, sono una di quelle persone laureate in triennale in campo artistico, ma che ha messo da parte tavolozze e pennelli per arrivare a fine mese, e diciamocelo, questo non mi è mai andato giù, non mi sopporto perchè si può sempre portare avanti entrambe, ma io ho seplicemente mollato. Perciò sono qui a scrivervi tutto questo, voglio tornare creativa, voglio tornare a fare arte, a regalare emozioni e sorrisi, voglio raccontarvi chi sono veramente e tutta la mia storia che tanto emoziona le persone a cui la racconto!!

Il mio lockdown lontana da casa.pt.12

ZONA GIALLA E FALO’

Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno. Il giorno era cocente. Mi ha infiammato per il resto della mia vita.”

Frida Khalo
GIALLO

Sono nata il 22 dell’ anno 1994, sotto un cielo d’agosto caldo e afoso, come Frida, musa ispiratrice, sento che anche io sono nata sotto il segno di una Rivoluzione. E per Rivoluzione intendo qualcosa di nuovo, inatteso, un cambiamento radicale innovativo e con una forza sconvolgente, con un sole caldo e pieno, alle due di pomeriggio, sono nata in un paese pacifico, da un genitore autoctono e un altro di passaggio. La Rivoluzione era in corso, ‘in quel fuoco sono nata’, tra gentili cure e dolci piaceri, un’europea lontana dalla fame e carestia del ‘periodo especial’ cubano.

Ventisei anni dopo sono arrivata all’origine, ho iniziato ad ardere nel mio secondo paese, ad affrontare tutto con estrema vicinanza, rischiando di scottarmi molte volte, ho affrontato e vissuto la clausura con estrema umiltà e benevolenza, ho goito e pianto nella mia seconda casa, ho accudito e mi sono presa cura, cercando di creare amore e non distruzione, ma i momenti di lite e incomprensione arrivano ovunque.

Ero esausta, avevo bisogno di evadere, non mi bastava più vedere tutto da una finestra, le mie due settimane in casa di mia cugina mi avevano fatto tanto bene, ma allo stesso tempo mi avevano rimesso in pista, mi avevano ridato la forza di ribellarmi, di non dire sempre ‘SI’ a tutti.

A volte mi sembrava quasi di esser tornata troppo bambina, tutti mi adoravano, mi stringevano, si preoccupavano per me, ed era bellissimo, ma stavo perdendo la mia naturalezza, il mio fuoco, la mia voglia di ardere e scappare alla volta di nuove avventure.

Per capirci era come stare in perenne zona arancione/gialla; sai che puoi fare piccole cose, ma sei sempre limitato da qualcosa o qualcuno, questi colori non sono fatti per essere tenuti in gabbia, i colori caldi hanno voglia di esplodere, hanno voglia di vivere, potevo capire se l’avessero chiamata zona grigia, avrebbe avuto senso, ma il giallo, il colore di questi giorni non è altro che la mia speranza, ora, come allora, di riscattarmi e tornare su una vetta a respirare a pieni polmoni;

L’ARIA DELLA LIBERTA’!!!

GIALLA COME OCHUN

“Il colore giallo ha una forte influenza sulle persone, in particolar modo sulle attitudini. Una persona estroversa ad esempio vede accentuare questa sua caratteristica”. In cromoterapia e nelle scienze che studiano i colori è risaputo che il giallo è il colore solare, associato all’astro che illumina e dà energia vitale, così come biasimare tutti i giovani scalpitanti che in questo periodo iniziano a richiedere libertà, a sognare nuovi orizzonti ad immaginarsi tramonti e albe da vedere oltre una finestra chiusa.

Io mi sento una di queste anime in trappola che aspetta con ansia di poter risplendere e ricominciare un nuovo capitolo. La simbologia del color giallo è qualcosa che mi ha accompagnato per molti anni, come vi spiegavo in precedenti post, nella Santeria cubana, o religione Yoruba, se la intendiamo per la sua connotazione africana, ogni colore ha un significato specifico, ha una sua rappresentazione tradotta attraverso l’iconografia di un santo o santa.

Una delle più importanti, che ha percorso con me gran parte dei miei anni accademici è proprio la raffigurazione della Vergine della Carità del Cobre, patrona dell’Havana, tradotta anche in lingua Yoruba, con OCHUN.

Già perchè ancora non ero arrivata a parlarne, insieme alla potente Yemayà, di cui ho indossato le vesti e ballato di fronte ad una fotocamera, per sviluppare la mia tesi di laurea, c’era anche la maestosa e potente OCHUN, la cui simbologia è stata la mia linea guida.

Gialla, estremamente civettuola, sorridente e positiva, simbolo di bellezza femminile e signora dei fiumi.

E’ proprio a questo punto volevo arrivare; parlarvi della simbologia di questa potente dea, forte e sensuale, per dirvi che anche io stavo per riscoprire la mia femminilità, la mia sensualità, perchè ero stata chiusa a lungo, e ora era tempo di tornare a vivere, la mia prima avventura dopo tanti mesi, fù proprio incredibile.

Iniziò per caso, o forse no, dal momento in cui la mia strada si era incrociata con quelle di diversi ragazzi e ragazze, un gruppo di amici, che da Trinidad si erano spostati a ovest per la passata quarantena, e ora erano pronti come me ad organizzare nuove avventure selvagge.

Mi ritrovai dopo un breve viaggio in un taxi particular, i taxi abusivi, in una natura incontaminata, ricca, fertile, quella che si può tranquillamente chiamare: la culla della vita; potevo finalmente RESPIRARE, ERO NELLA MIA NUOVA CASA, ero già entrata in zona verde!

Schizzi, disegni per Ochun, 2014

Progetto tesi, stampa fineart su dibond, 40×40, 2017
Soroa

SOROA, PARADISO PER L’ANIMA

“Somos hijos del monte porque la vida empezò allì; los santos nacen del monte y nuestra religion tambien” (Siamo figli del monte perchè la vita è nata lì, i santi nascono dal monte e anche la religione).

Fino a quando non mi trovai in cima a quella montagna, immersa in quella fitta vegetazione, con i piedi che accarezzavano l’erba calda, non avevo ancora inteso quel messaggio, quel mantra, che la religione cubana mi aveva messo sotto il naso per anni.

Tutti nasciamo dal monte, in che senso? Nasciamo da una vetta o era la metafora della vita, io ancora non l’avevo capito bene, finchè non ebbi la possibilità di raggiungere la mia prima vetta cubana, la montagna che sovrastava Soroa, un paradiso naturale in provincia di Pinar del Rio.

Ricordo che era passato già anche tutto il mese di giugno, era una giornata calda, come sempre d’altronde, e tutto quello che volevo era immergermi nelle acque fredde e accoglienti del fiume che scorreva dolce lungo il crinale della montagna. Dal pueblo campesino di Candelaria, dove soggiornavo in quei giorni, la distanza era breve, bastava prendere un piccolo autobus o GUAGUA in cubano, per circa 20 minuti e ritrovarsi direttamente al ristorantino che apriva le porte al passaggio per la cascata.

La cosa divertente, era che avevo già la mia compagnia, dei cubani folli e creativi che arrivarono con una Jeep vintage a benzina, per intenderci quella tipo da ranger nel classico safari in Africa, che poteva trasportare solo quattro persone, ma che noi riempimmo perchè eravamo una tribù, decidemmo di stringerci, accovacciarci, abbracciarci gli uni agli altri per fare un unico viaggio alla volta del monte, ah e non dimentichiamo portavamo con noi anche un cucciolo di Labrador di un’amica!

Salire fu una pacchia, giusto quella leggera sensazione di ansia di essere scoperta, in un 4X4 cubano, straniera senza documenti con un lockdown appena terminato alle spalle; ma con la grinta e l’energia di voler vivere un’avventura prima di dover ritornare in patria, d’altronde in quella situazione mi ci avevano messo loro!

Avevano confabulato di cancellarmi ogni aereo, di chiudere le frontiere e togliermi la libertà; questa piccola ribellione ci voleva, sarebbe stata un’esperienza da portare per sempre con me negli anni a venire!

SPUNTINO

Il primo impatto con la cascata e le vista dell’infinita vastità di Soroa, mi riempii il cuore di una gioia inimaginabile, stavo sognando a occhi aperti, mi sembrava di essere tornata alla vita, sentivo i battiti accellerare come quando sei innamorato, in quell’istante mi ero innamorata di quel luogo, era un’amore diverso e anche complice allo stesso modo, sentivo anche in questa situazione, di appartenere completamente a quel posto incantevole!

Mimetizzandomi completamente nel luogo che mi circondava, persi la cognizione del tempo, ero assorta e felice, ma stava arrivando l’ora di rimettersi in marcia, stavolta a piedi, sotto il sole delle cinque, per andare a preparare quella che sarebbe stata la nostra dimora per la notte; preparare il nostro accampamento felice in cima alla montagna, che sovrastava tutta la vallata tropicale.

Presi dall’organizzazione della nottata sotto le stelle cubane, nessuno aveva pensato ad uno spuntino da fare al fiume, le uniche riserve di cibo erano la pizza callejera (la pizza da strada, street food) che avevamo preso durante la salita, e gli ingredienti necessari per preparare la cena ad alta quota.

Eravamo tutti morti dalla fame, la pizzetta cubana è ben diversa da quella che noi possiamo immaginare, è più simile, come dimensione, a quella che si compra la domenica dal panettiere insieme al kg di pane.

Il sole era diventato davvero insopportabile anche se l’ora più calda era passata, ma camminare in salita, con zaini, tende e quel calore non era facile, i sali minerali li avevamo persi per strada e uno a uno iniziavamo a collassare, e fare brevi pause per riprendere fiato e asciugare il sudore. Fino a che la brillante idea di uno del gruppo:

“OYE MI GENTE AQUI ESTAN MUCHAS MATAS DE MANGO!” (Oh ragazzi, qui ci sono un sacco di piante di mango!).

In un attimo, come una piccola scimmietta, stava già cercando di arrampicarsi e con un bastone trovato nella vegetazione aveva trovato il modo di far cadere i più grandi e succosi al suolo!

Ragazzi, che ve lo dico a fare….era veramente la manna dal cielo in quel momento!

Il fiume

L’accampamento campesinos
La mia cucina
Falò

SPAGHETTI E FALO’

Lo spuntino ci aveva nettamente rigenerato e completate le ultime curve arrivammo al nostro accampamento, che non era nient’altro che la base di lavoro di due campesini, due agricoltori che custodivano i terreni e coltivavano yucca e malanga (tuberi cubani) in quelle zone.

I ragazzi li salutarono come vecchi amici e nel giro di pochi minuti mi sembrava di averci un legame anche io, così senza troppi indugi, decisi che la cena era compito mio, avrei potato l’italianità anche nei monti cubani, i fornelli erano tutti miei: SPAGHETTATA PER TUTTI!!

Come ve lo immaginate cucinare in mezzo alla natura incontaminata?

Per me, ad oggi, resta una delle esperienze più belle che abbia mai fatto, i nostri amici campesinos, erano organizzati molto bene, avevano preparato una brace con una pentola a pressione carbonizzata e una latta di alluminio, che permettevano però, di preparare gli alimenti base.

La cosa mi elettrizzava, non avevo paura di cucinare, anzi mi sentivo pronta a questa nuova sfida, avrei cucinato non più per il mio barrio, dentro una cucina semi attrezzata, ma bensì su una piccola montagna come una cavernicola, munita di machete, fiamme e utensili base tutti di legno.

La salsa era composta da pomodori, qualche wurstel, delle olive e qualcos’altro di cui ho vago ricordo, ma certo l’unica cosa assolutamente incredibile era che anche in quella circostanza mi ero sentita all’altezza, mi sentivo nel mio habitat, ero completamente carica di energie positive e le stavo trasmettendo anche nel cibo che avevo preparato per dieci persone con quelle condizioni precarie.

Tutto fù un grande successo, e la notte stava iniziando ad arrivare, le prime stelle stavano iniziando a riempire il cielo ed era già l’ora di raggiungere le nostre tende e appiccare il fuoco per scaldarci dall’umidità tropicale della notte e proteggerci dai numerosi insetti che ci avrebbero mangiati vivi, in quel paradiso.

Il falò, appiccato dai ragazzi della compagnia, mi ha ipnotizzata sin dal primo istante, catapultandomi in una dimensione di pace e benessere, lasciando spazio a pensieri e meditazioni su tutto quello che avevo vissuto, dalla cancellazione dei primi aerei, alle incomprensioni in casa con zia, alle avventure a Trinidad, fino a quel momento, in cui mi sembrava che tutto si fosse fermato e la perfezione mi avesse raggiunto.

Avevo coronato il mio sogno e anche molto di più, avevo trovato la pace dei sensi, il mio posto nel mondo, nel mio secondo paese, che ormai sentivo sempre più come una parte fondamentale di me.

GIUNSE L’ALBA

Addormentarsi sotto le stelle fù un gioco da ragazzi, il falò riscaldava la nostra culla, tenendo lontani insetti e animaletti indesiderati, tutto si era allineato.

Dormire non fù altrettanto piacevole, l’umidità era arrivata fin in fondo alla schiena, avevo il collo sudato e ormai non sopportavo più la posizione supina, così di scatto iniziai a intravedere uno spiraglio dall’oblò della nostra tenda condivisa, e decisa nel vedere l’alba sulla vallata, mi alzai, tentando di non svegliare nessuno della tribù.

Attesi pochi minuti, giusto il tempo di raggiungere lo spiazzo sotto il nostro accampamento, a piedi nudi calpestavo erba e legnetti secchi saltati dal falò ormai spento e consumato. Non posso descrivere a parole quello che i miei occhi stavano vedendo, sarebbe tutto superfluo, avevo davvero raggiunto l’apice, la vetta, quella descritta in ogni libro di Santeria che avevo letto in spagnolo.

Ora finalmente capivo cosa significava che tutti noi proveniamo dal monte, siamo figli del monte, la religione ancestrale africana aveva ragione, non mi ero mai sentita tanto vicina alla mia nascita, come in quel momento; la Chiara di prima era morta, almeno una parte di essa, lì sopra quel monte era giunta la RINASCITA…

…e non avrei potuto chiedere nulla di più bello dal mio lockdown lontana da casa!

Il risveglio a Soroa
GIUNSE L’ALBA

Anche oggi siamo arrivati alla fine, ragazzi ci tenevo particolarmente a questo post, ecco perchè gli ho dedicato più tempo, il mio consiglio è di ascoltare questa canzona ad occhi chiusi, immedesimandosi in quel paesaggio spirituale, e ascoltare la preghiera che Ibeyi, uno dei miei gruppi preferiti, fà alla fine della canzone.

A presto chicos!!!!!!!

Ibeyi- River

Classificazione: 1 su 5.

Il mio lockdown lontana da casa.pt.11

EL BAILE DEL ALMA

“La danza è il linguaggio nascosto dell’anima”

Martha Graham
Scuola di ballo a La Havana

BUM-BUM-CHA-CHA

Della prima volta che mi sono trovata a ballare in coppia, non ne ho granchè ricordo.

Sicuramente c’era il pavimento con piastrelle in cotto quadrato, un’aria fresca e allegra e due braccia calde che mi accoglievano in un abbraccio. Iniziò presto mamma a farmi appassionare ai ritmi latini, come dicevo non ho un ricordo ben specifico, porto con me l’essenza di quel momento scolpita dentro da sempre.

Il sabato era sempre il giorno giusto per iniziare a ballare, l’orologio segnava sempre un orario indecente e mamma aveva già aperto tutte le finestre di casa per far cambiare aria, dare una ventata nuova, fresca, e iniziare inesorabilmente le successive ore di pulizie casalinghe, le quali non procedevano senza la musica di sottofondo che scandivano il ritmo della giornata.

Con una scopa da un lato e un’abbraccio dall’altra, sentivo il mio corpo ondeggiare su note allegre e vivaci, era molto brava a reggermi saldamente e mantenere il ritmo di ogni canzone, mi sembrava di volare quando improvvisamente con un BUM-BUM-CHA-CHA, mamma faceva un piroetta e mi sorrideva con gusto.

La mia passione per il ballo e la musica latina, penso sia nata dentro di me in tenera età proprio grazie a quella spontaneità di movimenti, quei dischi ripetitivi di musica tradizionale, regalati dallo zio che lavorava vicino alla casa discografica a Milano, imparati a memoria e a quell’innato senso del ritmo che ha accompagnato quella bambina in tutte le recite scolastiche, in tutte le esibizioni fino a quando è entrata in contatto con il mondo del ballo e ha scoperto che forse era già tutto dentro di lei, nelle sue vene già scorreva un poco de SABOR LATINO!

ROMPERE LA ROUTINE

Il tempo di quarantena a La Havana stava terminando, i casi erano scesi drasticamente arrivando a zero per diversi giorni, nella calda capitale, ma nessuna traccia di voli di ritorno.

Le chiamate alla compagnia aerea e all’areoporto diventavano sempre più frequenti, dopo la cancellazione del primo volo di giugno, lunghe file di attesa a cercare il cibo, interruzioni varie di luce e acqua in casa di zia, ricette culinarie varie inventate con il nulla, arrivò una notizia che spezzò completamente la mia routine.

Tranquilli, non si trattava di ritornare a casa, quello era posticipato ancora di un mese, ma fù la visita di una cugina speciale che, con solarità e gentilezza mi invitò a trascorrere alcuni giorni in casa sua, in un’altra parte dell’Havana.

Cambiare aria e cambiare abitudini è stato incredibile, sicuramente stavo cambiando le mie condizioni di vita in meglio, trasferendomi in una casa più grande , con qualche possibilità in più, stavo ampliando le mie conoscenze, ma il ricordo più grande che ho di quella nuova routine è stato il corso di salsa a La Havana, uno dei sogni nel cassetto che avevo sin dalla prima volta che avevo messo piede nell’isola, imparare a ballare come una vera cubana direttamente nella sua terra di nascita!

Nei miei anni a Milano ne avevo provati di piccoli corsi e lezioncine, ma diciamo, come una ribelle, non ascoltavo mai ciò che precisamente l’insegnante chiedeva, andavo a ritmo, ma al mio, chidevo gli occhi, mi lasciavo trasportare dai testi e dal mio compagno di ballo, senza badare più a nulla di ciò che mi stava attorno, ero sempre assorta nella musica, rischiando a volte di pestare i piedi a qualcuno o sembrare goffa e o esagerata.

Ciò che vi racconterò ora, ha avuto dell’incredibile per me, stavo coronando uno dei miei sogni, anche se non sapevo fino a che punto esso si fosse spinto.

Artigianato cubano
Progetto “EL BAILE DEL ALMA”

Giovani ballerini

A BAILAR MUCHACHA!

Il ballo è sempre stato qualcosa di estremamente profondo per me, una connessione spirituale e intensa con ciascuno di noi. Ai tempi dell’Accademia d’arte, avevo scelto di portare come progetto finale di tesi un argomento alquanto personale che si identificava proprio nell’intensità del ballo e il rapporto di esso con l’anima, in questo caso la mia, danzante.

“El baile del alma” si chiamava il progetto, una serie di autoscatti artistici che valorizzavano i movimenti, i colori e i simbolismi della religione Santera cubana, interpretando con una serie di autoscatti, l’essenza della danza sacra e in particolare due sante della religione. Ma il punto focale e importante era che per la prima volta stavo analizzando il ballo, il movimento e anche come il mio corpo rispondeva a esso, stavo studiando le mie mosse per scoprire più cose sul passato.

Non a caso ero arrivata a Cuba, spinta dal desiderio di conoscere, apprendere più cose, senza pensare veramente che questo viaggio si sarebbe potuto trasformare in una vera e propria ricerca del ESSERE, ricerca esistenziale profonda, che avrebbe cambiato nettamente la mia anima e la mia quotidinità.

Ricordo chiaramente quel giorno, quando fortunatamente dopo una bella dormita, mia cugina mi avvisava che avremmo iniziato un corso di salsa, che era prettamente per adolescenti e giovani che volevano approcciarsi al ballo e che avrebbe mandato i suoi figli adolescenti e anche me, se mi avesse fatto piacere. Non stavo più nella pelle, colsi l’occasione al volo, le lezioni erano seguite da un’istruttore e altri piccoli ballerini che facevano le veci degli assistenti.

L’inizio è stato lento e timido, non sapevo come poter essere accettata dal gruppo, erano principalmente giovani dell’età compresa fra i 14 e i 18 anni, che già si conoscevano e alcuni ballavano da tempo, e poi che ve lo dico a fare: erano CUBANI, avevano sempre quella marcia in più, pur essendo giovani.

Io venticinquenne, fuori forma dopo scorpacciate di fish and chips a Londra e ormai più di due mesi di quarantena a riso e fagioli, ma soprattutto praticando poco sport, volevo essere ben accettata dal gruppo e mi sarei super impegnata per farlo!

Dovevo sciogliermi e fare quella cosa con estrema naturaleza, questo continuavo a ripetermi nella testa come una stupida, ero in preda al sudore e all’emozione di incominciare.

GIRA E RIGIRA

La musica iniziò a partire da una piccola cassa bluetooth che amplificava le canzoni del cellulare di una ragazza, la location del corso di danza era alquanto bizzarra, ci trovavamo sopra il tetto di una casa di periferia, sgombero e con una piccola tettoia in lamiera che riparava dal sole verticale che colpiva alle due di pomeriggio La Havana.

Iniziammo dai primi passi base della salsa, e devo dire che non me la stavo cavando per niente male, d’altronde avevo già un minimo di competenze di ballo, ma tutto quello che volevo era poter affinare e ballarlo direttamente lì.

I ragazzi e le ragazze si dimostrarono socievolissimi, non mi stavo stupendo della cosa, il calore cubano veniva trasmesso già da giovanissimi, e all’inizio del corso nessuno mi aveva presentato come la turista dall’Italia bloccata per il lockdown, che era quello che mi sentivo nei giorni più grigi dl mio soggiorno, ma semplicemente come la cugina di tizio e caio, familiarizzare e fare amicizia con tutti divenne un gioco da ragazzi, a nessuno venne minimamente in mente di chiedere perchè e come ero finita lì, mi sentivo accetattata e parte del gruppo, un gruppo di adolescenti cubani che mi avevano scambito per coetanea e per cubana, che bellezza!!

Provando e riprovando, mi sentivo estremamente a mio agio con tutti i passi proposti e al momento di applicarsi con la musica, la mia anima latina era come se si fosse sprigionata tutta di colpo, ero nel posto in cui volevo stare, quando giravo chiudevo gli occhi, e sentivo in parte quell’abbraccio di mamma, che da bambina mi stringeva e mi aveva fatto scoprire quanto era bello lasciarsi andare con la musica.

Terminate tutte le prove dei passi singolarmente, iniziava la parte vera e propria del ballo in coppia, e addochiatami già da tempo, il maestro, ballerino di un gruppo di ballo che volonatriamente insegnava i ragazzini del barrio, mi chiamò davanti a tutti. Non ci crederete ma ero orgogliosa e a tratti in ansia, mi voleva far ballare con uno dei più bravi e osservarmi, avevo gli occhi puntati e i riflettori su di me, era il momneto di dare il massimo, certo ok, era solo una lezione di ragazzini di quartiere, ma per me, che lo aspettavo da sempre un’occasione così, era la prova della vita da superare, fare bella figura rappresentandomi come ballerina e amante di questa musica.

Gira e rigira, bacino da un lato e dall’altro, testa alta, sorriso felice e scioltezza naturale, mi sentivo di volare, non era stato mai tanto bello e libertaorio, era terminato in un lampo, il divertimento e la gioia erano alle stelle. Era stato come un flash, rapido e irreale; non appena terminato l’ultimo passo, la musica si interruppe, non passarono molti minuti da che il maestro iniziò a farmi numerose domande, su chi fossi, da dove venivo e quanto mi sarei soffermata a Cuba.

Davanti a tanti piccoli spettatori stavo parlando in spagnolo, stavo parlando di me, e stavo ricevendo complimenti spassionati da un vero ballerino a La Havana, insomma stavo volando!

E a quel punto quelle parole:

“Beh peccato che vai via, se fossi rimasta potevi inziare a ballare con la mia compagnia”.

Il silenzio e un briciolo di imbarazzo, lusingata ringraziai e tornai a casa con quel sorriso ebete stampato sul viso, era tutto totalmente irreale. Quello che avevo scritto anni prima in una tesi, non era solo carta straccia che alcuni professori avevano snobbato, ora era reale, era la mia esperienza, sulla mia pelle, avevo descritto tutto ancor prima di viverlo, solo ora ne avevo avuto la conferma.

Quell’esperienza aveva segnato ancora una volta il mio lockdown lontana da casa, aveva inciso a chiare lettere un messagio importante sul mio cuore:

Sii sempre consapevole della purezza della tua anima danzante!

I tetti

Dettaglio

BAILA SIEMRE MUCHACHA

Chicos anche oggi la mia avventura si conclude qui, voleva essere un piccolo omaggio alla danza, una delle cose che più adoro, raccontarvi questa esperienza mi emoziona sempre un pò, d’altronde questo viaggio è stato costellato da grandi difficoltà, ma altrettanto da grandi vittorie, soprattutto personali, ci tenevo a raccontarvelo, chiunque può ballare, l’unico modo è farlo sempre con il cuore e regalare emozioni che arrivano dall’anima… alla prossima!

Canzone per iniziare con la salsa, super consigliata
Havana de Primera- La Bailarina

Il mio lockdown lontana da casa.pt.10

LE CODE, IL CIBO CHE SCARSEGGIA e VIVIR DEL CUENTO

‘Sacaron pollo’ la frase que impide cualquier medida de distanciamiento físico en Cuba.

‘Hanno tirato fuori il pollo’ la frase che impedisce qualsiasi metodo di distanziamento fisico a Cuba.

Jorge Diaz, giornalista cubano

Esperando

Barrio de La Havana

NO SPRECO

Da piccola ricordo che mi lagnavo sempre. Ero una bimba capricciosa, che non mangiava tutto, perciò mi educarono con il pugno duro. Mi costringevano a mangiare tutte le pellicine e fibre dell’arancio appena spremuto, bloccate dallo spremiagrumi. Ero così contenta di tornare a casa da scuola con la mia vicina di casa nonchè mia madrina e mentore da bambina, ma al tempo della merenda, c’era sempre qualcosa che mi deludeva, come mangiarmi quelle orribili pellicine, che mi si incastravano fra i denti, strizzavo gli occhi e digrignavo i denti, e lamentandomi le buttavo giù perchè non avevo altra scelta. Che crudeltà, è sbagliato, non bisogna forzare…

Sono cresciuta con: “Mangia tutto, e pulisci bene il piatto, perchè dall’altra parte del mondo, un bambino meno fortunato non ha quello che hai tu”.

Ma quale altra parte pensavo.. Se una cosa non mi piaceva fecevo di tutto per sparpagliarla nel piatto e far si che sembrasse meno, per poter dire: “OK mamma, ho finito!”

Cresciuta, maturata, ma con quei valori, oggi ringrazio, ho avuto la fortuna di vivere dall’altra parte, ho avuto la fortuna di avere un’educazione improntata sul NON SPRECO e sull’arte dell’arrangiarsi, e solo in questo modo sono sopravvissuta ad una vita sull’isola. Un tema amaro, un tema con meno sorrisi, cercherò di essere leggera come sempre, ma sento che è il momento di raccontarvi veramente di come si sopravvive in questo periodo di profonda crisi nell’isola. Oggi, 21 di Gennaio, mi sono alzata con un umore grigio, come il cielo che ci minaccia in queste giornate uggiose, senza internet e con la macchina morta per via della batteria, ma in ogni caso penso che non sono mai stata più felice di essere chiusa in zona rossa qui, piuttosto che essere ancora chiusa a La Havana in un momento come questo.

“Ma stai scherzando? A Cuba c’è il sole, fa sempre caldo, Cuba è un paradiso!”

Ricevo migliaia di messaggi con scritto: “Ma facevi meglio a startene là”

Ragazzi quello che sta accadendo, in queste giornate uggiose che stiamo osservando dalle nostre finestre, la storia attuale non è qualcosa che molte persone sopporterebbero. Vivere a Cuba oggi è sempre più complicato. In questi giorni, ho taciuto molto e ho seguito qualche notizia e post quà e là sui vari canali social, ho sentito persone che stanno momentaneamente vivendo questa realtà, e credo di poter dire, che non c’è quarantena e vita peggiore, che quella senza cibo. Il cibo è il re delle nostre giornate, pensiamoci, tanto o poco,in casa o a lavoro, uno snack o una cena abbondante, carne o pesce, tofu o seitan, verdure o frutta, salutare o fast food, frigo pieno o frigo da riempire, supermercati SEMPRE pieni, poche code, scelta a volontà, cibo locale, cibo importato, masterchef, masterclass, video tutorial di CIBO, CIBO, CIBO,CIBO..

Così oggi ho deciso, vi spiegherò passo passo come cercare cibo a Cuba e come, inventando ricette nuove, sono diventata la spacciatrice culinaria del mio cortile a La Havana.

  1. “RECUERDATE DE PEDIR EL ULTIMO”

Ricordate quando vi avevo raccontato della mia avventura in banca per cambiare le sterline, all’inizio della mia avventura?

Proprio lì, vi avevo raccontato anche delle infinite code che ogni persona è costretta a fare sotto il sole per qualsiasi servizio, e vi dico altro, per cercare cibo è molto peggio! Dopo il secondo mese di clausura dentro casa, i casi in città avevano iniziato a scenderne, fino ad arrivare a zero, alcuni giorni, così diciamo che tutto iniziò a tornare come prima, e iniziai ogni tanto a seguire zia nei vari mercati a cercare provviste che scarseggiavano sempre.

Ogni volta che lei usciva sola a cercare cibo, vedevo che tornava sempre stremata, accaldata, in presa a una crisi di nervi e mi diceva che le code erano infinite, ma che più della metà delle persone in fila, erano lì per niente, perchè la merce non bastava mai per tutti. E io mi domandavo come poter raggirare questo problema, senza rischiare di tornare sempre a mani vuote?

Semplice, lo scoprii presto, svegliarsi prima di chiunque altro e mettersi in coda all’alba. No, non sto scherzando, delle volte le code per i beni necessari partivano dalle quattro/ cinque la mattina e i dormiglioni? Beh diciamo che Cuba non aspettava nessuno, “chi ultimo arriva male alloggia” dicevano, e purtroppo la cruda realtà era questa. La cosa fondamentale, non appena raggiunta la coda, era chiedere immediatamente ‘EL ULTIMO’ (l’ultima persona in fila), e memorizzare perfettamente il viso, i vestiti, l’atteggiamento e magari fargli anche qualche domanda più personale, per fare in modo di avere un testimone davanti e non perdere MAI, il prezioso e sacro posto in coda.

Un’altra cosa che mi domandavo spesso era come facevano i cubani a sapere sempre dove stavano vendendo la merce più gettonata. Perchè a differenza che qui, e anche a seguito del covid, ogni genere alimentare veniva distruibuito in punti diversi ogni volta, la merce non arrivava mai tutta insieme, ad esempio in un supermercato, ma un giorno si trovava ad un crocevia e il seguente poteva essere dall’altra parte del quartiere.

Il PASSAPAROLA era l’arma segreta, la battaglia del ‘chi arriva primo in coda’ non rende i cubani meno solidali o sleali, il sano passaparola era qualcosa di strepitoso, il primo della cuadra (quartiere), che riceveva notizie sul cibo e dove veniva venduto in giornata o il giorno seguente, era il messaggero ufficiale, che si incaricava di diffodere la notizia, meglio se attendibile, a tutto il vicinato.

Frasi come “SACARON POLLO” O “SACARON CROQUETAS” (che letteralmente significa: hanno tirato fuori pollo o crocchette) erano le più desiderate dalle orecchie cubane, e anche dalle mie, perchè significava tornare a mangiare qualcosa di diverso.

Mi vergognavo all’inizio a chiedere, lasciavo sempre fare a chi mi accompagnava, all’inizio della mia esperienza, non sapevo come mettermi in fila, non sapevo nulla di questo mondo, ero a disagio e confusa nel vedere che difficoltà il popolo cubano faceva e fà a garantirsi un pasto. Verso la fine della mia esperienza, penso di aver imparato molto, a rispettare, a sopravvivere e a non vergognarmi più di parlare per poter garantirmi un posto in quella infinita coda per me e la mia famiglia.

Stavo valorizzando ogni singolo gesto, e malgrado ritenessi tutto estremamente crudele e incivile per il popolo cubano, stavo vivendo lì e non avrei potuto fare una rivoluzione sola, ma potevo aiutare a mio modo a garantirci del cibo.

Las colas

las Galletas

Sacaron pollo
El mercado , tomate

El mercado , platanos

Amata Caldoza

STAGIONALITA’ CANAGLIA

A volte le ore di coda sotto il sole, non portavano a niente. Difficile per noi credere a questa realtà, abituati a scegliere dagli scaffali quello che più ci piace. Inconcepibile per me all’inizio vedere il frigo vuoto o quasi e non avere nessun potere nemmeno con il denaro, di riempirlo con qualcosa di buono.

Nei miei mesi a Cuba ho capito che la mia mentalità europea doveva cambiare, dovevo adattarmi a tutto e attuare come loro, non scoraggiarmi, ma anzi, ero lì per fare la differenza, ero rimasta bloccata per dire la mia, scrivere questa storia e non per lagnarmi, come quella bambina di fronte alla spremuta, magari ne avessi avuta una a colazione anche oltre oceano, mi sarei mangiata anche le bucce, certi giorni.

Non fraintendetemi, non sto raccontando il mio lockdown facendovi credere che non mangiavo, fortunatamente a casa di zia, qualcosa da mangiare c’è sempre stato, ma abituarsi a mangiare quello che si trova, piuttosto di quello di cui si ha voglia, è qualcosa che noi europei non siamo di certo, molto abituati.

Ogni alimento è estremamente stagionale, e segue il ritmo della natura, il che è un bene, perchè la frutta e la verdura sono autoprodotti e non subiscono lunghi viaggi, ma c’è sempre l’altro lato della medaglia, ovvero finita la stagione, scordatelo fino all’anno successivo, fino alla prossima maturazione.

Fu così per i pomodori, la lattuga, che ho visto una volta sola in tavola, per le melanzane e anche i cetrioli, il mango e anche l’avocado, frutti del territorio ma con breve vita.

E nell’assenza di alcuni principali alimenti, non c’era granchè che li sostituisse. Gli ultimi mesi diventarono durissimi, avendo la possibilità di vivere più di un mese in campagna, a casa di amici, ho visto come tutta la produzione si spostasse alla capitale, ma i piccoli pueblos di campo rimanevano spogli, riscontrando maggiori difficoltà a trovare cibo rispetto alla grande città.

Ero in mezzo alle campagne, immersa nel verde, tra platani, piante da cocco e fiumi stupendi, ma la carenza di cibo era estenuante, nemmeno facendo la coda si sapeva cosa stessero vendendo, le persone iniziavano ad accodarsi più per la speranza di mangiare che per una vera conoscenza di cosa avrebbero mangiato.

Ricordo che quell’esperienza mi ha messo molta tristezza addosso, avrei voluto zappare la terra e autoprdurre ogni cosa, ma anche la vita dell’agricoltore, campesino, a Cuba, non è valorizzata. La triste verità è che la produzione viene portata via dallo stato, quindi un singolo artigiano, agricoltore, non può permettersi di vendere privatamente, ma deve lasciare tutto il suo raccolto nelle mani dello stato, che si incarica della distribuzione al popolo.

La mia speranza tornò quando un giorno un cubano ambulante iniziò a gridare fuori dalla nostra casa fatta di mattoni e amianto, vendendo pannocchie e vegetali illegalmente, io ne feci una scorta e la distruibuii tra questa famiglia e la mia, sentendo dentro di me, questa frase:

“Capo ricordati che la felicità sta dentro le piccole cose”. cit.

LA COCINERA DEL BARRIO

Diciamo appunto che a Cuba ciò che si mangia è poco, e soprattutto in casa, si seguono semplici ricette con le materie prime che si trovano, e soprattutto quando si trovano. Torniamo sempre al nostro famoso discorso dell’INVENTO, la capacità del cubano a reinventarsi sempre, in ogni circostanza e che stavo apprendendo molto bene.

Ricordo perfettamente il giorno che zia tornò a casa, aveva le mani delle melanzane giganti, dicendomi che non aveva idea di come cucinarle. Fermi tutti, questo era il momento di sfoderare le mie doti culinarie, così iniziai a preparare una bella parmigiana di melanzane, senza formaggio, senza nulla come al solito, in questo caso almeno le melanzane e il pomodoro c’erano. La besciamella era un grande ostacolo, ma non c’era nulla che non potevo inventare, così con un poco di latte in polvere acqua e maizena avevo creato un ricordo del formaggio cremoso, e via di stratificazione!

Devo dire che la ricetta venne buonissima, e a zia venne la bella idea di farla assaggiare anche alla vicina, così nacque il mio ristorante a La Havana… no scherzo, ma da quel giorno in poi, tutte le vicine del quartiere erano curiose di sapere come ero riuscita a creare qualcosa di diverso, con le stesse materie prime che avevano anche loro nelle loro case.

Il giorno che ‘sacaron el pollo’, quando trovammo il pollo, pensai di fare dei nuggets aromatizzati al lime accompagnati da un buon avocado di stagione e un altro giorno il gettonatissimo pollo alla birra, e non mi stancherò mai di dirlo, trovare una birra a La Havana di questi tempi è stato un regalo direttamente dal cielo, io e zia abbiamo rischiato di berle tutte, ancora prima di arrivare a casa a cucinare!

Ma il piatto italiano, che ho scoperto apprezzare più di ogni cosa è stata, niente po po di meno, che la ‘Signora Bruschetta’, regina dei nostri aperitivi e antipasti, nella sua semplicità conquistò tutti, ovviamente con abbondante aglio e pomodori ben conditi, e l’olio della bodega cubano (negozi cubani gestiti dallo stato), che aveva quel retrogusto di….. NIENTE, ma che rendeva ogni mio piatto italiano estremamente cubano a suo modo!!!

E come dice il titolo della più famosa telenovelas comica cubana con protagonista il mio amico Panfilo, l’importante è sempre : “VIVIR DEL CUENTO!!!!” (vivere della storia), e aggiungerei:

RINGRAZIARE OGNI SINGOLO ISTANTE DELLA FORTUNA CHE ABBIAMO!!

Questo è VIVIR DEL CUENTO e dell’ INVENTO

CHICOS OGGI VI SALUTO CON QUESTO FRESCO VIDEO AMATORIALE DI GENTE DE ZONA, CHE DAI BARRIOS CUBANI SONO ARRIVATI FINO A NOI E SU TUTTI I GRANDI SCHERMI, PADRI DE “LA GOZADERA” E CLASSICI TORMENTONI ESTIVI, MA QUESTA VERSIONE DI LORO, è QUELLA CHE HO CONOSCIUTO E CHE MI PIACEVA, IL BALLO DURANTE LA PREPARAZIONE DEI CIBI, L’ALLEGRIA E LA VOGLIA IMMANCABLE DI STARE ALLEGRI IN OGNI SITUAZIONE.

CERTO NON FATEVI FREGARE DALLE TORTE LANCIATE E DAL VIDEOCLIP, MOLTO VECCHIO, QUESTO DUO è DIVENTATO MOLTO FAMOSO NEGLI ANNI E CIO’ NON C’ENTRA NULLA CON LA CRISI ATTUALE CHE STA VIVENDO IL PAESE OGGI, VOLEVO SPECIFICARLO.

ALLA PROSSIMA SETTIMANA CHICOS, LASCIATE COMMENTI O FATEMI TUTTE LE DOMANDE CHE VOLETE, SONO QUI A DISPOSIZIONE COME SEMPRE..

SALUDOS A TODOS!!!

PS: E POI CHI NON BALLA QUANDO STA AI FORNELLI, IO SEMPRE! LOS QUIEROSSS

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Il mio Lockdown lontana da casa. pt.9

Non m’interessa ciò che fai per vivere. Voglio sapere che cosa ti fa male – e se osi sognare di incontrare il desiderio del tuo cuore. Non m’interessa quanti anni hai. Voglio sapere se rischierai di sembrare un pazzo – per amore – per i tuoi sogni – per l’avventura di essere vivo.

Oriah Mountain Dreamer

Lezione di pattini a rotelle in centro a Trinidad
Lezione di pattini a rotelle in centro a Trinidad

IL SENSO DEL VIAGGIO

L’anno nuovo è iniziato a suon di buoni propositi e test psicologici. Due giorni fa, mi sono imbattuta nel test delle sedici personalità, un test sincero che dà una leggera ma netta analisi sulla personalità, a seguito di un quiz a risposta multipla, dove non c’è un giusto o sbagliato, esiste solo la sincerità. Mi sono stupita dal risultato incredibile che questo semplice test, ha fatto apparire sullo schermo.

Personalità Attivista, con la sua definizione, ha descritto in pochi punti alcuni dei miei aspetti principali: “Gli Attivisti sono modellati dalla loro natura visionaria, che gli consente di leggere tra le righe, con la curiosità ed energia. Essi tendono a vedere la vita come un grande e complesso puzzle dove tutto è collegato – guardano attraverso un prisma di emozioni, compassione e misticismo e sono sempre alla ricerca di un significato più profondo”.

Perchè dovrei condividere la mia natura psicologica, scoprirmi e denudarmi di fronte ai lettori? Beh credo non ci sia forma migliore del raccontare un’esperienza se non, facendolo nel modo più naturale e umano possibile, nudi e veri di fronte alla vita.

Cuba 2020, non è stato il primo viaggio che affrontavo da sola, ma posso dire che è stato il primo viaggio dove mi sono sentita estremamente sola e allo stesso tempo estremamente amata da persone che a malapena conoscevo, e tutto ciò è accaduto perchè nulla di quello che avevo programmato si è avverato, anzi le migliori avventure sono semplicemente accadute, come ha scritto Oriah, “ho rischiato di sembrare pazza, per l’avventura di sentirmi ancora una volta viva”.

Ho cercato di viaggiare con sincerità, di collegare tutto il mio puzzle di emozioni e esperienze, incastrandolo fino a qui, in questo momento in cui battendo lettere sulla tastiera, mi sento ancora estremamente connessa con Cuba e la vita che ho vissuto per gran parte dell’anno appena concluso.

La tormenta era passata, aveva dato uno scossone di adrenalina, e anche dato la possibilità ad alcune piante aride di rigermogliare ancora, perché si sa, la natura fa questo, lascia rinsecchire e morire tutto, ma allo stesso tempo permette sempre di rinascere, in vesti nuove, con un piumaggio più folto o un fogliame brillante, diverso e unico.

A Cuba mi sono sentita così, le mie certezze e sicurezze erano state annientate, fatte a brandelli da qualcosa più grande di ognuno di noi, ma ad oggi posso riconoscere, che aver vissuto il primo lockdown in quell’isola, ha fatto rinascere quella parte di me che aveva necessità di morire, ha risvegliato un’istintività nuova, ha riacceso la passione e la voglia di scoprire e reiventarmi, ancora e ancora.

Sono stata chiusa per oltre due mesi, in quella casa in periferia dell’Havana, imparando a stare al mio posto, senza nessun comfort, senza far sapere a molti che stavo lì, perché, come vi dicevo i turisti dovevano alloggiare in hotel appositi.

La mia voglia di scoprire il mondo cresceva e diventava famelica ogni giorno di più, non mi bastavano più i fogli e gli acquerelli, volevo scrivere e disegnare la mia vita sull’isola vivendola, assaporarne la vita di periferia, andando al mercato, incontrando persone nuove, scoprendo gusti e colori che ancora non conoscevo.

Mi era facile ricordare quello che avevo vissuto poche settimane prima, persa nei miei pensieri e nelle immagini scattate ho passato la quarantena vivendo e cercando di non perdere ogni dettaglio recentemente vissuto, il mio viaggio in solitaria in Oriente mi aveva in parte già cambiata internamente, ed ora ci tengo a fare un salto nei miei ricordi con voi.

Praticando yoga nella soffitta
Sempre insieme

Los colores de la fruta

TERMINAL DE OMNIBUS

Faceva estremamente caldo, come al solito, e l’autobus della terminale di Omnibus (società cubana dei trasporti) dell’Havana, stava aspettando di essere riempito. La mia famiglia era totalmente contraria a lasciarmi andare da sola in viaggio, una ragazza da sola non rischia in termini di pericolosità, Cuba è un paese molto sicuro rispetto ad altri, e con i dovuti accorgimenti è molto facile percorrerlo in lungo e in largo in solitaria, ma avere una famiglia cubana complicava le cose.

Apprensione e gelosie dovevano essere messe da parte, io sarei partita, avevo attraversato l’Atlantico per stravolgere la mia routine e vivere un’avventura!

Lo zaino era abbastanza leggero, l’avevo riempito con poche cose, qualche vestito fresco e qualcuno per eventuali escursioni, macchina fotografica, tanta grinta, ecco non mi serviva nient’altro.

Zia mi tenne fino all’ultimo istante per mano o sotto braccio, come a sottolineare la proprietà, a qualsiasi cubano o persona mi guardava per più di qualche secondo, ancora non riusciva a mandare giù l’idea che sua nipote italiana aveva questo spirito, quello attivista della scoperta e la necessità di dover vivere un’esperienza così, sola, con pochi oggetti e completamente all’oscuro di ciò che avrebbe trovato.

Dopo un pisolino di un paio d’ore ero più attiva che mai e incantata, non riuscivo a distogliere lo sguardo dal finestrino di quel bus. Vedevo cambiare la vegetazione, dalla città eravamo passati alla campagna e successivamente all’autostrada, tutto totalmente diverso da ciò a cui siamo abituati a vedere, i mercati per strada avevano colori sgargianti con platani e frutabomba (papaya) a vista, appena fuori dalla città i colori iniziavano a diventare, gialli, caldi, arancioni in contrasto con quei verdi e marroni delle palme da cocco e platani, una meraviglia per gli occhi.

La mia destinazione era Trinidad, un meraviglioso pueblo coloniale situato a metà dell’isola, molto turistico negli ultimi anni, ma decisamente una località che ci tenevo a visitare, per la sua storia, i suoi colori, e la strategica posizione fra le montagne più belle, facente parte del parco naturale di Topes de Collantes e il mare cristallino e mozzafiato del sud.

In questo posto, che non so’ da che parte iniziare a descrivere, ho lasciato un pezzo del mio cuore.

HOME SWEET HOME

Ero appena arrivata nella piccola e variopinta cittadina, i miei occhi non sapevano da che lato osservare, c’erano assolutamenti tutti i colori di una tavolozza lì in quei frame di vita.

Dovevo incontrare proprio alla terminale il proprietario della mia casa particular. Una delle bellezze cubane, a parer mio, è l’aver inventato i primi B&B casalinghi, l’ospitalità familiare e naturale, pagare un prezzo ragionevole e avere anche le coccole e l’accoglienza di una famiglia o un gruppo di persone che si prende cura di te, meglio di qualsiasi hotel. La casa particular, come dal nome, non è altro che una casa, sistemata al meglio, dove poter soggiornare uno o più giorni, avendo la possibilità di vivere a stretto contatto con la cultura e abitudini locali, nulla di meglio per viaggiatori solitari, in cerca di consigli o compagnia. Il termine significa letteralmente “casa privata”, ma ha iniziato ad essere usato per indicare un “alloggio privato” a partire dal 1997, quando il governo cubano ha permesso ai propri cittadini di affittare ai turisti le stanze delle case o dei loro appartamenti, fornendo così alle famiglie cubane la possibilità di nuove fonti di reddito.

Oltre la catena di metallo che determinava la fine del piazzale del terminal, vidi un piccolo ometto, simpatico e sorridente, con un caschetto in testa e una mano sollevata, lui era il mio uomo, senza fraintendimenti, era il proprietario della casa particular che avevo prenotato, e mi stava aspettando per accompagnarmi in motorino nella mia nuova dimora.

Ero già emozionatissima, non so quanti anni sono passati da che facevo un giro in motorino, e lui si dimostrò cordiale e disponibile, non ne avevo dubbi, arrivata a casa, il primo impatto fù meraviglioso, vivevo in una stanza che era una reggia, il triplo dello spazio che potevo permettermi a La Havana, con doppio letto matrimoniale e anche un bagno privato, la terrazza per cene o colazioni era splendida e dava sulla città, cosa potevo voler di più, era partito tutto alla grande!

Ah dimenticavo, avevo dei coiquilini di casa particular, una coppia dolcissima dal Canada, che parlava solo inglese e faceva fatica a comunicare con l’oste, così nel giro di pochi minuti stavo sfoderando il mio inglese, lasciato fino a quel momento a Londra, in letargo.

All’arrivo

Plaza Carillo, di fronte la mia casa particular
Plaza Carillo

Chiesa abbandonata

VIAGGIARE SOLI CAMBIA LA VITA

In fretta e furia, avevo lasciato tutte le mie cose in stanza, non stavo nella pelle di conoscere meglio la città, presi solo la macchina fotografica e il marsupio con pochi soldi e senza meta iniziai a vagare per la cittadina.

Non avevo una destinazione precisa, non sapevo cosa aspettarmi o vedere, avrei avuto tempo il giorno seguente per delle escursioni più mirate, ora volevo solo godermi l’anima del nuovo luogo, volevo sentire le vibrazioni e seguire l’istinto.

Non avevo internet nel telefono, se mi fossi persa avrei semplicemente chiesto indicazioni per l’indirizzo dove alloggiavo, ero carica e volevo disconnettermi da tutto, riconnettermi solo con ciò che mi circondava, lasciarmi plasmare e cambiare dalle energie che si respiravano in quel luogo.

Le strade erano antiche, formate da grosse pietre, difficile da camminarci con dei tacchi o sandali pensai, ma erano anni che non indossavo tacchi, il mio outfit per la prima giornata di viaggio mi si addiceva proprio, ricordo benissimo di esser stata struccata con i ricci al vento, un lungo vestito marrone caldo, un pò gitano, interrotto dal mio marsupio e delle scarpe da ginnastica comode.

Ero totalmente a mio agio, se non che, mi ero totalmente persa, e le poche indicazioni che avevo chiesto non mi mandavo nel centro della città, se no sempre più ai margini. La solita Chiara, che ascolta poco e fa di testa sua, vagavo in quelle stradine tutte simili fra loro, con quelle case sgargianti, fino a che mi persi nella bellezza e antichità di una chiesetta abbandonata, scoperto successivamente che era destinata a Sant’Anna ed era uno dei resti storici della città.

“L’erba cresce alta intorno al campanile con il tetto a cupola e i portali arcuati sono stati murati molto tempo fa, ma lo scheletro di questa chiesa diroccata (1812) continua a reggersi spavaldamente in piedi. La sagoma della chiesa, che si staglia come una sorta di figurina da ritagliare, ha un aspetto spettrale con il buio”. Lonely Planet Italia.

Sentivo forti vibrazioni positive, quelle mure alte e storiche mi ricaricarono nuovamente, nell’intento di trovare la strada giusta però mi persi di nuovo.

Continuavo a camminare avanti e indietro, credo anche in circolo ad un certo punto, ero ammaliata da ogni dettaglio, ad un tratto sentii una voce, squillante e decisa:

“Hola! tienes un caramelo?” (“ciao, hai una caramella?)

Mi voltai, e vidi una bambina simpatica sul portone di una casa che mi sorrideva con quei due dentoni nuovi appena cresciuti. Io felici mi scusai perchè non avevo nulla con me, nessuna caramella e nemmeno soldi. Dal momento in cui risposi alla bambina, i genitori e la nonna, presumo, che stavano all’interno della casa si affacciarono, e iniziarono a farmi tantissime domande.

Una consuetudine a Cuba l’elemosina, che imparai presto, il livello di povertà fa chiedere sempre ai turisti, soldi o oggetti di consumo anche da rivendere, i bambini imparano fin da piccoli, che il turista porta cioccolato o caramelle, così senza peli sulla lingua, chiedono tranquillamente a chiunque passi e gli sembri possa portarne un po’ con sè.

Le domande riguardavano, la mia provenienza, che ci facevo sola soprattutto, dove ero diretta.. Insomma un questionario lunghissimo, ma devo dire la verità, mi sentivo davvero felice a poter interagire con altre persone, avevo la possibilità di chiedere, fare doamande anche io, e sicuramente mi sarebbe tornato utile sapere dove mi trovavo per tornare verso il centro città.

Mi fermarono quasi subito, il padre prese la parola e mi disse: “Secondo me sei spagnola, parli troppo bene”. Iniziai da quel momento a raccontare la mia storia, a persone sconosciute fino a un’attimo prima, gli dissi che ero in viaggio, che sono italiana e cubana e la mia famiglia è dell’Havana, ma qui a Trinidad mi trovavo di passaggio. Si illuminarono, quasi che mi invitarono ad entrare,

“Ecco perchè parli così, e sembri anche cubana!”

Non chiedetemi il motivo , ma quelle parole mi riempirono il cuore di gioia, ero stata riconosciuta, in fondo si notava, non solo mi ci sentivo un poco cubana, ma dall’esterno si notava pure, chiamatemi stupida, ma per me era un gran complimento, sentivo quella sorta di appartenenza che non era dovuta al fatto che stavo sempre sotto l’ala protettiva della mia famiglia, anche lontana dalle sicurezze e dalla mia casa cubana, ero stata identificata e rispettata, per me questo era il giorno migliore di tutti.

Terminata la breve conversazione con la famiglia, mi feci indicare la direzione per il centro, salutai tutti a distanza, ma venni interrotta dalla bimba, che con tutta la sua ingenuità mi disse:

“Fa niente per la caramella, ma mi fai almeno una foto?”

Ero semplicemente felice.

Scorcio sulla chiesa di Sant’Anna

L’attesa
“Hola tienes un caramelo?”

Chicos come sempre siamo giunti al termine, spero che questo ricordo di viaggio vi sia piaciuto..

Con tutta la positività che mi resta credo che torneremo presto a viaggiare, me lo sento, nel frattempo condividerò solo bellezza!

Ciaooooo!

la canzone che mi ha accompagnato nel mio soggiorno a Trinidad

Il mio lockdown lontana da casa. pt.8

 “La Luna nella quarta casa significa una forte connessione con la casa, non solo quella in cui viviamo, ma anche la casa in generale, con il paese, le tradizioni, la natura.. Queste persone hanno solitamente bisogno di sentire una connessione con il passato e sono interessati a cose come oggetti di antiquariato o al loro albero genealogico..”

Astro Seek
Melia, modella cubana

Prima volta che vedevo un ARO SOLAR, Havana, 2 Maggio 2020

CAPODANNO ASTRALE

Non ci avrei mai creduto se non l’avessi vissuto sulla mia pelle. La conclusione di quest’anno, costellato da alti e basi, da infinite gioie e immensi dolori, è stata qualcosa di completamente inaspettato e unico nel suo genere. Non avevo piani fino a due giorni prima del 31, come mio solito arrivo sempre all’ultimo minuto e qui in Italia non ho praticamente più amici, molti per ragioni di lavoro o vita sentimentale, si sono spostati, hanno cambiato rotta, e come al solito io mi sono trovata ad affrontare questo momento dell’anno cercando di raccapezzolarmi per non rimanere sola o non passarla ancora con la mia famiglia, non me ne vogliano, ma avevo bisogno di cambiare aria dopo giorni di mangiate e chiusure.

Penso che la cosa più assurda e allo stesso tempo perfetta che mi sia successa in questo fine 2020 sia stato ritrovarmi a casa di amici di un’amica, che fino a quel momento non conoscevo, e aver avuto l’opportunità ancora una volta, di ritrovare me stessa, in una situazione totalmente nuova. Non sono mai stata una persona che ha avuto difficoltà a fare amicizie e stringere legami, ma la naturalezza di questa serata è stata qualcosa di davvero soprannaturale.

Stringere legami e iniziare a raccontare storie è qualcosa che mi è sempre piaciuta molto, ma essere messa alle strette dopo una lettura del tema natale scattata la mezzanotte, mettendo a nudo la personalità di ciascuno presente, è stato qualcosa di assolutamente incredibile e decisivo per definire la persona che voglio essere in questo nuovo anno agli albori.

Il tema natale è la lettura astrologica del momento della nascita, lo schema dei pianeti e segni zodiacali, qualcosa che non avevo mai approfondito prima, ma che ha fatto partire il mio 2021 con una consapevolezza nuova: devo assolutamente studiare astrologia!!

Sicuramente per esserne rimasta tanto esterefatta, il motivo principale è che tutto quello in cui credevo, quindi essere un segno del leone, forte, che vuole un po’ essere al centro di tutto, è stato scardinato totalmente, mettendo in luce il mio lato reale, la mia estrema fragilità davanti a persone appena conosciute. “Sei un Leone, non Leone”, così Anna mi ha descritto, e la verità è che nel profondo forse io lo sapevo già, non c’era bisogno di una lettura astrale per identificare le mie piccole debolezze, la mia mancanza di fuoco ed eccedenza di acqua.

In termini astrali la mia vicinanza all’acqua è qualcosa di estremamene vicino a me, da sempre, il mio desiderio di bellezza estetica, di una vita artistica e armoniosa, la mia voglia di aiutare gli altri in maniera romantica e disinterressata e la mia impossibilità di rimanere ferma, stabile, perché come l’acqua mi sentirei stagnare e perdere occasioni.

La descrizione della mia luna è ciò che realmente mi ha fatto credere e comprendere chi sono, senza più nessun istinto a coprirmi il volto con le mani, senza più dover nascondermi, senza più dover restare in disparte o fingere, sono una persona affidabile e sincera che ha cercato la sua casa lontana dall’unica casa che fino a quel momento conosceva, ho cercato le mie radici in maniera autonoma e individualistica e ora credo di essere pronta a iniziare il mio nuovo anno consapevole che un segno di fuoco ha sempre bisogno anche dell’acqua per agire, che come in astrologia, non abbiamo solo una casa, ma molteplici, più sfaccettature, e la lettura di mezzanotte ha concluso il mio ciclo, la mia avventura di un anno che mi ha insegnato molto di più di quello che pensavo su me stessa.

AGUA DE LA PILA

Ci ho pensato per giorni, cosa raccontare in questo nuovo post a cavallo fra la fine di un capitolo e l’inizio di un altro. Non è mai facile, non si sa mai con che piede partire, la maniera più giusta per attrarre l’attenzione, ci si aspetta sempre tanto o qualcosa in più, qualcosa di nuovo.                               

La mia vicinanza ai simboli e alla natura è nota, ma forse era da tempo che l’avevo tralasciata, non approfondita, dopo quell’esame di Brera in iconografia e iconologia, storia dei simboli e delle immagini, che mi aveva dato tanta soddisfazione e poi la vita vera, con meno simboli e più schiaffi.      

Credo sia giunto il momento che torni sulla retta via e vi racconti alcuni elementi e simboli che mi hanno affiancato nel mio soggiorno a Cuba. Uno dei più importanti credo sia proprio stata l’acqua ora che ci ripenso, e per rimanere vicina al mio tema natale.

L’acqua è stata una questione grossa fin dal mio arrivo nell’isola. Acqua che manca, acquazzoni incredibili, oceano di acqua e acqua che ti ammazza.

L’acqua che scorre dalle tubature cubane diciamo che è potabile, ma ricca di batteri non assimilabili da noi europei abituati a S. Pellegrino e acque filtrate dai più potenti depuratori. I primi giorni, quando ancora ero in vacanza, prima della minaccia del virus, mi presi una bottiglietta al giorno, continuavo a spendere i miei soldi in acqua potabile, consumando anche una marea di bottigliette di plastica, cosa che mi seccava molto, ma purtroppo non c’erano grandi alternative, tutti mi spaventarono fin dall’inizio di non provare mai l’acqua dal rubinetto o avrei avuto gravi problemi di stomaco, o batteri che avrebbero ballato una salsa frenetica, facendomi dirigere immancabilmente al primo wc disponibile.

Il problema della mancanza d’acqua in quartieri poco turistici poi è evidente, per comprare le mie bottigliette bisognava recarsi per forza verso il centro Havana o le petrol station, i negozietti delle stazioni di benzina, sempre un po’ più riforniti, ma cari come il fuoco.

Insomma per tutta la durata del viaggio, avevo messo ben in conto di dover sopravvivere comprando acqua giornalmente, ma quello che non avevo preventivato, era di dover vivere per altri cinque mesi bevendo acqua imbottigliata che non potevo poi tanto permettermi, era davvero una spesa inutile e anche difficile da reperire.

Mi ricordo benissimo che gli ultimi giorni, prima di quello che doveva essere il mio rientro a Marzo 2020, passai tre giorni in campagna, a casa di una ragazza cubana incontrata a Trinidad, nel mio viaggio in solitaria, e rimanendo in contatto con lei ci organizzammo per rivederci e trascorrere del tempo di grandissima qualità con la sua famiglia in un pueblos de campo (Paesino di campagna), una frazione di Pinar del Rio, a ovest rispetto a La Havana. Fu lei che mi disse di non comprare più l’acqua in bottiglia, vicino ai campi e in mezzo alla naura, l’acqua è migliore, non poteva succedermi nulla di male. Così con coraggio decisi di abbandonare la plastica e l’acqua turistica, alla volta della gastrointerite, ma sapete che è successo??

Anche in questo caso ho scoperto di essere più cubana di ciò che pensassi.

L’acqua, anche se fuoriusciva dalle peggiori tubature non mi faceva alcun effetto, anzi la trovavo molto bevibile e questa notizia credo sia stata una delle più belle avute, anche perchè volente o nolente, dovevo buttar giù quell’acqua per i restanti mesi. Uno dei metodi per eliminare alcuni batteri era bollire l’acqua sul fuoco, in grandi calderoni per poi travasalva nelle bottiglie usate, così da eliminare almeno un po’ del calcare presente, ma sinceramente il sapore dopo averla bollita e raffreddata era qualcosa di imbevibile, così terminai per bere sempre direttamente dalla pila (dal rubinetto) e fortunatamente il mio stomaco stava da favola!

La pioggia dal terrazzo di abuelo

L’acqua che gocciolava dentro casa
Lluvia
Los colores pasada la tormenta
Aguacero despues de la escuela
Esperando..

EL AGUACERO. L’ ACQUAZZONE

La necessità d’ acqua in un paese tropicale, dove ci sono sempre 30 gradi anche all’ombra, è qualcosa su cui non mi ero mai fermata troppo a pensare, finchè non mi sono ritrovata a viverci.

Erano molti giorni che non pioveva, la siccità era pesante, ricordo che staccarono l’acqua più volte quella settimana, anche dalla pila, rubinetto, non ne usciva nemmeno una goccia. Insistentemente chiedevo a zia perchè con quel calore infernale e tanta necessità di idratarsi, il governo decideva di staccare l’acqua e la risposta era sempre la stessa, bisognava risparmiare, consumarne meno possibile e lo stato per veicolarla e farne usare lo stretto necessario, la staccava continuamente.

La popolazione alle strette, doveva farsi docce con secchiate dai tanque, come vi spiegavo in un precedente post, e ricordarsi sempre di tenere in frigorifero bottiglie riciclate piene di acqua, o nel momento meno opportuno non c’era la possibilità di riempirle e di bere.

L’esperienza più bella del mio soggiorno cubano, arrivò un giorno, uno di quelli torridi e insopportabili, in cui camminare sotto il sole era illegale e si rischiava di scottarsi stando cinque minuti esposti. Proprio in un giorno come questi, decisi di raggiungere casa di nonna, per uscire dalla monotonia della mia soffitta calda e andare a mangiare le prelibatezze bollite che preparava la casa di cura, che gliele consegnava direttamente a casa giornalmente.

Erano circa 4 km di puro sudore, non una grande distanza, ma decisamente impegnativa sotto quel sole. La meraviglia arrivò solo dopo aver pranzato il solito arroz blanco con la calabaza e los chicaro (riso bianco, zucca e ceci). Il cielo iniziò a farsi oscuro, una brezza scuoteva le palme alla fine della strada, decisamente più fresca, percepita da subito dai primi peli rizzati sulle mie braccia.

In compagnia di mio cugino e zia, iniziammo a correre verso casa, perchè qualcosa di pericoloso ed incredibile stava arrivando.

EL AGUACERO.

L’acquazzone più bello, potente e incredibile mai visto. In un attimo le strade si svuotarono di persone, i cubani si appartarono in casa o sotto i vari tetti, più nessuno riempiva le strade, solo noi correndo con i primi goccioloni cadendo da quel cielo tormentato.

E in un secondo, lo scroscio..

Avevo la pelle d’oca, la brezza si fece tormenta, il vento agitava le goccie, diventate ormai proiettili, “Presto, una tettoia!” E in attimo una delle scene più belle che abbia mai visto, se tutti gli adulti si erano rintanati in casa, i giovani e i bambini iniziavano a ripopolare i cortili e le strade, tirandosi per terra, giocando con i goccioloni pesanti, faciendo CIAK ad ogni passo e lanciandosi in pozzanghere che, negli avvallamenti delle strade, sembravano delle piscine naturali.

Eravamo arrivati a casa fradici , avevo le converse che sembravano le ampolle per i pesci rossi, la maglietta lasciava trasparire tutto e i miei ricci si erano inzuppati completamete, avevo sicuramente uno dei sorrisi più belli mai accolti dal mio viso, me lo sentivo. Quella visione era bellezza per gli occhi, vedere la gioia portata dall’acqua, vedere tutte quelle lingue tirate all’insù per acchiappare quelle goccie giganti, tutto ciò è rimasto indelebile nella mia memoria, e in questo capodanno di astrologia, scoprire che il mio elemento principale è proprio l’acqua, mi ha riportato alla memoria a quell’acquazzone di felicità.

LA BONTA’ DI YEMAYA’

Vi racconto una storia:

“Olofi, colui che creò il mondo, era disgustato con tutta l’umanità, perchè non avevano più fede in lui, lo avevano dimenticato. Decise perciò di togliere la pioggia. Con la prolungata siccità, iniziarono a morire gli animali, si seccarono i campi, e quasi non c’era più acqua nemmeno da bere. Tutti gli Orishas, coloro che avevano il compito di curare il mondo, molto preoccupati decisero di mandare Yemeyà a visitare Olofi. Yemayà dovette attraversare le montagne e raggiungere una vetta altissima per incontrarlo. Camminando per diversi giorni era tanta la sete che aveva, era esausta, arrivata finalmente ai giardini sulla vetta, non resistette e si mise a bere da una pozza puzzolente che incontrò. Olofi notò che c’era un’intruso che stava bevendo quell’acqua sporca, e avvicinandosi capì che si trattava di Yemayà. Fù tanta la compassione nel vedere quella scena, che il Dio decise che avrebbe perdonato gli uomini e che avrebbe mandato l’acqua sulla terra poco a poco, perchè l’acqua era il bene più prezioso.”

Yemayà, per la cultura santera cubana, è la Madre delle acque, della vita, la Madre di tutti. Sono stata sempre molto attratta da questa potente figura femminile, questa regnante bella e indomabile.

L’iconologia di questa Santa, mi ha accompagnato durante tutto il mio percorso di studi durante l’Accademia d’Arte, i colori blu e azzurro iniziarono a riempire le mie tele e i miei disegni, continuamente. Allora non avevo ricevuto letture astrali, e per quanto ancora non so quanto peso darne nella mia vita, ho sempre sentito un forte legame ed energia con il mare, con l’acqua e gli animali marini, ricordo ancora la prima volta che ho visto da vicino un delfino e le mie lacrime non volevano saperne di restare tranquille nel loro bulbo. La simbologia dell’acqua mi ha seguita, come un’onda sono stata trasportata dentro questo mondo in maniera scioccante, come vi raccontavo; scoprire di avere un padre in tarda età, con una cultura totalmente diversa da quella che fino a quel momento conoscevo, scoprire di avere una famiglia lontana, ma soprattutto scoprire una tradizione, religione animista e spirituale nuova, per una creativa come me, ha completamente cambiato il mio approccio alla vita.

Non ho mai pensato di fare una vera conversione a questa religione appena scoperta, anche perchè non ne condivido tutti gli aspetti, e la curiosità di sapere le storie, i racconti e i dettagli, all’inizio venivano prima di tutto. Grazie al mio primo viaggio sull’isola, conobbi gran parte di quello che sò , il mio irrefrenabile desiderio di approfondimenti trovava sfogo in arte e nelle letture in spagnolo di alcuni libri, trovati nelle librerie callejere (di strada) de La Havana.

Ricordo, le interviste con le persone locali, le lunghe camminate avvistando cocchi rotti e bamboline, le visite ai luoghi dove tutt’ora si sacrificano animali, e il rientro a casa, in Italia, molto più consapevole di prima e meno consapevole della persona che ora scrive queste pagine. Ricordo la mia tesi di laurea, forse ancora incerta e immatura, ma comunque che ha regalato molte soddisfazioni.

L’arte ha proseguito e chiarito quello che non comprendevo a parole, ha approfondito i miei studi, ha fatto sì che potessi esorcizzare tutto quello che avevo vissuto, mi ha fatto assimilare e comprendere che ognuno di noi ha infinite sfaccettature.

La mia arte, quella che ho creato per anni, non mi è mai piaciuta, ma solo ora comprendo, che non doveva essere bella, non doveva essere per forza compresa, quell’ espressività è stata l’unico mio canale di sfogo, in un momento di sovraccarico di emozioni, in un momento in cui dovevo capire: chi ero e da dove venivo.

In un momento di tante delusioni e anche tante gioie, una goccia è caduta dal cielo, si è poggiata sulla tela bianca e ha sfumato un corpo danzante.

L’ARTE E’ STATO IL MIO AGUACERO DI LIBERTA’!!!!

“OLOFI” reinterpretazione 2013, Venduto

“La creazione di Olofi”, Progetto “Siamo figli delle stelle”, 2014

Me stessa nei panni di Yemayà, progetto tesi: “El baile del alma”, 2017

VI LASCIO UNA BELLISSIMA CANZONE DEDICATA A YEMAYA’. SEXTO SENTIDO

FELICE ANNO NUOVO A TUTTI I LETTORI E AMICI, CON LA PREGHIERA CHE QUEST’ANNO SIA RICCO DI BUONE AVVENTURE E NUOVI LATI POSITIVI,

GRAZIE DI AVER INTRAPRESO QUESTO VIAGGIO CON ME..

ACHE’

Yemayà

Il mio lockdown lontana da casa. La storia mai raccontata.

Un personale dono di Natale

“Se vogliamo progredire, non dobbiamo ripetere la storia, ma fare storia. nuova. Dobbiamo accrescere l’eredità lasciataci dai nostri avi”.

Mahatma Gandhi
La Barbacoa

Lo specchio

Rielaborazione grafica allo specchio

BARBACOA DI PENSIERI

Fare storia, raccontare storie nuove, vivere vite indimenticabili, andare oltre a ciò che hanno costruito e narrato, chi ha vissuto prima di noi. Ogni uomo sin dall’inizio dei tempi, sente, in un momento o nell’altro della vita, di scoprire le proprie origini, conoscere la propria discendenza, curiosare sul passato con la voglia di andare oltre, per sapere come procedere e dare una spiegazione ad alcuni atteggiamenti, che riflettono voci ed esperienze dal passato.

Vorrei parlare di uno dei giorni più belli della appena iniziata quarantena a La Havana.

Zia, dopo una levataccia, aveva ripulito la “barbacoa”, una specie di piccola soffitta/soppalco, quella che anni prima era la cameretta di mio padre, stava diventando la mia. Non riuscivo a contenere la gioia di poter avere uno spazietto tutto mio, sarebbe stata la mia tana, il mio posto appartato e sicuro, dove poter creare, dormire, riflettere e godermi zanzare e vapori provenienti dalla cucina, ogni volta che si preparava qualcosa di sotto…                                                                                                                                              Lei aveva pensato a tutto, mi aveva tolto le cianfrusaglie di mezzo, alzando un polverone che ahimè non mi avrebbe fatto dormire per giorni, causa la mia allergia, ma avevo un piccolo materassino che poggiava su dei cartoni e lo isolavano sottilmente dalle tegole cigolanti del pavimento, ovviamente calpestabile solo nella parte in cui dormivo, perché poteva sprofondare nella parte destra, ma dettagli..

Il pezzo forte era che avevo un grande specchio antico, uno di quelli spessi e pesanti, tutto macchiato, usurato dal tempo e con grossi aloni neri circolari in basso, lo trovavo magnifico e sarebbe diventato l’unica maniera per riconoscermi e ritrovarmi, in quei momenti dove tutto era incerto, avevo bisogno di fissare la mia immagine e capire che non era tutto uno scherzo.                                                                                                                              Passavo le ore a guardarmi in quello specchio, non per vanità, ma perché sembrava creasse un filtro naturale a tutto ciò che rifletteva, persino io mi vedevo filtrata, cambiata, in continuo mutamento, ma sempre molto bella. Donava una bellezza, rara, d’altri tempi. Credo sia stato proprio quello specchio, a farmi tornare la voglia di disegnare e riscoprire la mia innata creatività, che mi affianca da che ne ho ricordo, da quell’asilo di provincia dove le maestre dicevano che il disegno era una mia abilità, pur essendo tanto piccina.

Volevo in questo contesto cubano, creare un percorso nuovo, tutto mio, un percorso che avrebbe avuto una storia da raccontare e mi avrebbe aiutato a superare il blocco davanti al bianco, al nulla, della mia vita. La storia che stavo vivendo lontana da casa me lo stava insegnando, dovevo cogliere tutto per come veniva, e anche la creazione dovevo accettarla così, con quel poco che avevo a disposizione. Come sempre nei miei viaggi portavo con me lo stretto necessario per disegnare e dipingere, questa volta avevo optato per della fusaggine, la mia preferita, una specie di carboncino molto evanescente, con cui riuscire a ricreare delle ombre spettacolari, e il mio mini kit di acquerelli, i miei inseparabili, con annesso il loro piccolo pennellino pronto all’uso. Ero bloccata artisticamente da tempo, dopo la laurea triennale in pittura e qualche sventurato evento, avevo lasciato tutto per guadagnare qualcosa e sopravvivere agli affitti milanesi e successivamente londinesi. Ma in questo contesto, durante una quarantena a migliai di chilometri da casa, senza aver accesso regolare a internet, senza musica, senza tv, senza nessun comfort era decisamente il momento di riprendere in mano la mia fantasia e creatività, non lasciarmi scappare questa opportunità che la vita mi stava offrendo, di ritrovarmi.

A volte mi svegliavo di soprassalto, perché le zanzare non mi davano tregua, nel cuore della notte e con dolori lancinanti alla colonna vertebrale per via del materassino su cui dormivo, ma era in piena notte o di mattina molto presto che mi venivano alcune idee, mi veniva voglia di buttare giù qualche bozza, e fu proprio una di quelle mattine che mi venne da chiedere a zia se avesse foto di famiglia, foto dei miei avi cubani, delle generazioni prima di me.

TRA FOTOGRAFIE E RICORDI

Ero stupefatta da quanto io assomigliassi al mio passato, da quante analogie stavo trovando, zia come me, era una curiosa, una persona legata alle storie, lontane e vicine, delle persone che hanno fatto parte della nostra famiglia. E così alla mia domanda, sentii la risposta che volevo sentire: “Ho creato un album con foto e dettagli dei nostri avi”, disse lei.

I miei occhi brillavano, la gioia sprizzava da tutti i pori, quell’album era una memoria famigliare incredibile e io persi una giornata intera a studiarmelo con calma. Scoprii molte cose, come che il mio bis bis nonno era un fifone, che aveva paura degli animali selvatici e nel momento che un serpente si avvicinò al pollaio, fù sua moglie a tagliargli la testa con un machete per evitare perdite di galline.

Scoprii che le mie origini erano molto umili e prettamente spagnole, anche se a detta della mia bis nonna di Caibarien, attualmente viva e vegeta, avevamo una piccola discendenza nobiliare inglese, ma tutto ciò era la solita notizia classificabile nella sezione: “tra mito e leggenda”. Ma io volevo crederci perchè era una cosa bellissima, non tanto per la classe sociale, quanto per avere una parte inglese alla lontana, ciò può spiegare il mio amore per il thè delle cinque e la colazione salata come “must have”.

Questa carrellata di storie mi permisero di riempire i primi fogli bianchi, era tornata l’ispirazione e con un mix di grafica, tramite app offline del telefono e disegni tradizionali, iniziai a creare composizioni di memorie, volti di persone del mio passato, che mi fecero in un attimo sentire vicina a loro, almeno mentalmente ed energicamente soprattutto.

L’energia trasmessa dal passato è una cosa grossa, potente e con una forte influenza sopra ciascuno di noi, scoprire curiosità delle vite di qualcuno appartenuto al nostro passato ci permette di creare un canale, un legame extra temporale, vicinanze e rapporti invisibili attraverso il tempo. La psicogenealogia della Schutzenberger tratta proprio di questo, dell’influenza di una coscienza familiare, non solo individuale. L’incoscio o anima familiare è l’insieme di quelle informazioni racchiuse nell’esperienza del sistema familiare a cui apparteniamo.

Vedevo volti, immagini passarmi sotto gli occhi, storie semplici e incredibili, sentivo che quella semplicità raccontata, apparteneva anche un po’ al mio modo di essere, mi sentivo anche io sempre più cubana, campesina, appartenente a questa cultura, vicina e felice di aver avuto la fortuna di conoscere tanto, questo lockdown si stava trasformando in una rivelazione continua.

Non era la prima volta, come vi dicevo, che grazie alla mia curiosità,scoprivo un pezzo in più del puzzle della mia stramba vita.

Il tempo all’ Havana, come avrete ben capito, non era solo il mio lockdown lontana da casa, ma si stava dimostrando, la chiave per la scoperta di me stessa e del mio passato, l’anello mancante di una catena, che avevo iniziato io, sola, una ragazzina di 17 anni che domandò la cosa giusta al momento giusto, per ritrovare la sua famiglia.

Josefa y Segundo campesinos
mix media 2020

El amor de Cristina y Raimundo
mix media 2020

LA STORIA MAI RACCONTATA

Torniamo indietro di 10 anni quasi. Riavvolgiamo il nastro e torniamo in Italia, nel mio paese di nascita, l’origine, l’unico che conoscevo fino a quel momento.

Sapete, crescendo sola con mamma, mi sono sempre chiesta la provenienza dell’altra parte, la parte maschile, ma lei, da che ne ho ricordo, è sempre stata sincera con me, ha sempre parlato del mio papà cubano, senza sapere dove fosse e come stesse.

Ottobre, supermercato, un’amico, un conoscente di paese, una figura conosciuta, ma mai approfondita, si ferma a parlare con mia madre, in uno di quelle corsie, fra pani integrali e marmellate. Non so cosa mi spinse ad essere tanto coraggiosa e istintiva, forse proprio quell’inconscio familiare sepolto, quell’anima interna, come una voce fioca mi stava sussurrando all’orecchio di dover fare la domanda giusta a quella persona che avevo davanti.

L’incontro tra i due adulti terminò rapidamente, e i polmoni riempiti di coraggio di sgonfiarono, mia mamma tirava dritta per l’altra corsia, quando ad un tratto, decisi di tornare indietro, correre da lui e fargli quella agognata domanda che mi stava soffocando.

“Tu sei cubano giusto? “, risposta affermativa,

“Tu conosci mio padre?” “SI”

E il resto è storia

La mia, il mio lockdown lontana da casa e oltre…

La prima volta che ho visto una foto dei miei genitori insieme, l’aveva conservata mia nonna a Cuba e fino a quel momento non pensavo ci fossero ricordi immortalati.

Spero il mio piccolo dono, racconto, vi sia piaciuto, ci ho messo tutta me stessa, è solo un piccolo estratto della vera storia che verrà, intanto vi auguro un felice Natale a tutti chicos, e che ogni famiglia, familiare, avo, persona importante risplenda con voi, danzando in una quarantena di feste!!!

Un abbraccio virtuale, auguri..

Chiara

Il video immancabile, una canzone storica, che ha fatto ballare i miei genitori, la serata che si sono conosciuti

Gloria Estefan- Mi Tierra

Il mio lockdown lontana da casa. pt.6

EL PERIODO ESPECIAL ITALIANO

“La parola “non c’è” divenne l’espressione più comune del vocabolario quotidiano. Non c’era riso, ma nemmeno sapone, sale, carta igienica e ancor meno benzina”

Hernaldo Calvo Ospina

CHIARA: “Buongiorno posso lasciarle un volantino?” ITALIANI:“Di cosa?” CHIARA:“Tamponi rapidi per covid”.

Il mio prezzo da pagare per questo periodo especial italiano. Nei due giorni di volantinaggio in un centro commerciale posso dire che ne sto vedendo di tutti i colori, sicuramente la mia mente non riesce a starsene tranquilla, immancabile è il parallelismo , il mio pensiero continua a volare e a cercare di definire cosa veramente significa vivere in un periodo especial.

Storicamente il periodo especial a Cuba, ricorse nei primi anni ’90 ed è stato caratterizzato da una caduta del PIL e da un peggioramento generalizzato in tutti settori economici, comprese le infrastrutture sociali, inoltre dal divieto agli imprenditori di qualsiasi provenienza di realizzare attività economiche a Cuba o con imprese cubane.                                                                                    Un periodo speciale, particolare, diverso e terribile, un periodo di estrema mancanza e sofferenza, sarà una caratteristica cubana di apportare positività , ma sono riusciti a dare anche a questo momento un gusto positivo, quasi come se quest’ultimo doni qualcosa nella sua drammaticità, ma posso dirvi di aver preso parte a quello che chiamano il secondo periodo especial e trovarne positività è stato un compito molto difficile, quasi quanto sopportare un volantinaggio falso in un centro commerciale ai tempi di covid.                                                                                                                   E’ difficile, con queste premesse parlare di crisi italiana, penso che tutti più o meno stanno ricevendo un forte schiaffo in faccia dalla vita, la somma di pensieri che si accumulano nelle teste di ciascuno schiaccerebbero un elefante. Non sono qui per parlare di sconfitte, drammi e nemmeno di dati statistici, ma per attrarre e regalare positività, un raggio di sole in mezzo alle nuvole, una storia straordinaria che mi ha donato speranza, ma anche che porti a riflettere di vita vera e attualità.

Oggi mentre davo l’ennesimo volantino, continuavo a pensare: intanto a come la gente potesse vedere il mio sorriso smagliante sotto la mascherina, il che per una hostess è davvero frustrante, credo che gli occhi strizzati alla cinesina non bastino più a convincere nessuno, in secondo luogo, immaginavo orde di bambini in attesa dei doni da Babbo Natale, famiglie intere o spezzate, pronte a celebrare dal vivo con quei carrelli pieni di cibo o con una videochiamata su zoom, immaginavo questo come estremamente normale per noi europei, molto lontano da ciò che avevo vissuto sull’isola.

E’ impossibile paragonare due realtà tanto diverse, un paese capitalista da uno socialista, ma in quel preciso momento stavo vedendo “il periodo especial italiano” nelle gesta delle persone, nei discorsi preoccupati, nella compulsività di riempirsi le mani di gel ma con i carrelli zeppi di cibo. Un senso e una connessione io la vedevo malgrado tutto, malgrado a Cuba mancasse davvero la base rispetto a qui, chiamandolo especial i cubani, mi stavano illuminando e dicendo qualcosa in più. Io riesco solo a tradurlo come unico, orribile, e allo stesso tempo l’attimo prima di una rinascita, quando si vive qualcosa di extra-ordinario si può solo pensare positivamente a come sarà bello tornare a una nuova ordinarietà, una nuova, perché indipendentemente dal periodo, la nuova realtà sarà diversa e più bella , con un sapore decisamente nuovo.

Periodo especial

I miei volantini
ROSSO ESPECIAL, autoscatto

PERIODO ROSSO ESPECIAL

Era un mese che mi trovavo a Cuba, e fortunatamente avevo scelto il momento giusto per il mare, come capiranno tante ragazze, avevo scelto il periodo senza l’amico rosso. Non dovevo preoccuparmi di lui, di una visita improvvisa, sapevo che sarebbe arrivato a vacanza conclusa e io sarei stata già nel mio appartamento inglese. Ma la mia previdenza mi aveva fatto buttare qualche assorbente in valigia, giusto per, quel non si sa mai che ti salva la vita, sempre.

Era il 26 marzo, i miei voli cancellati, la festa di abuelo finita con una bella ubriachezza, e io ora stavo ufficialmente iniziando la mia quarantena, chiusa in quelle quattro mura strette con un primo cenno di dolore alle ovaie. Immancabile, svizzero, deciso era arrivato, speravo che con il fuso orario tardasse, ma eccolo, e ovviamente…

Non c’era carta igienica, nè acqua. Riporto le domande più frequenti di chi ha già ascoltato la mia storia:

“E come ti pulivi?” “Cioè non ti lavavi?” “Ma non è igienico.”

Sapete ho scoperto come sopravvivere senza e non perchè sia più furba di altri, anzi, ma perchè stavo iniziando a inventare come una cubana, a trovare soluzioni, era come fare un viaggio nel tempo, a Cuba c’è l’usanza di tenere sempre i tanque e los cubos de agua pieni. In parole poveri, secchi d’acqua riempiti e pronti all’uso, nel caso in cui i giorni delle tubature secche dovessero arrivare.

Ed eccoci qui, arrivati al momento fatidico, ovviamente la mia prima secca di acqua coicideva con il MIO PERIODO ROSSO ESPECIAL. Una casualità che un momento tanto doloroso e fastidioso per una donna coincida con il nome di uno dei momenti più duri per l’isola, mah, sapete che non credo a queste cose!!

PERIODO tradotto dallo spagnolo, significa proprio mestruazioni, mi sembra qualcosa di estremamente innovativo da porre a paragone, dopo tanta sofferenza e frustazione si sà che arriva una fine, che il periodo finisce, che ritorna il sereno e anche il buon umore, e così ho deciso di vivermi e superare questo momento delicato per ogni donna, ringraziando Yemayà (santa protettrice delle acque) per la poca che c’era in casa!!

ESSERE DONNE A CUBA

Da sempre ho riflettuto sull’importanza del ruolo della donna, della forza che ognuna di noi debba avere per sopportare tutti i dolori, gli ormoni, gli sbalzi e mantenere una lucidità tale da farci stare in piedi e portare avanti tutto.

A Cuba ho visto veramente il coraggio, mi sono imbattuta in una realtà che fino a poco prima non immaginavo nemmeno. Essere donna a Cuba non è facile, la scarsità di igiene e materie prime non va incontro di certo alle necessità di ciascuna.

Passati i miei sei mesi sull’isola ovviamente ho dovuto iniziare a vivere come una cubana, a lavarmi le parti intime con l’acqua contaminata o comunque ferma in secchi da giorni, in assenza dell’acqua delle tubature, che altra nota a sfavore, è molto calcarea e anche difficile da bere, ci vogliono stomaci forti per buttar giù i batteri cubani. Fortunatamente il mio corpo ha sempre reagito bene.

Il discorso degli assorbenti è quello che mi ha scioccata un pò di più, ovviamente finiti i miei, ho iniziato a usare quelli dati dallo stato, ma non essendo cubana, dovevo usare quelli di zia, che non bastavano mai, perchè purtroppo la somministrazione è sempre in ritardo, molte volte nel mese corrente le donne non ricevono alcun assorbente, e non è come succede da noi, che al supermercato troviamo scaffali pieni, di forme e colori di ogni genere, se lo stato non provvede all’igiene intima femminile bisogna trovare soluzioni “por la izquierda”, quindi da persone che rivendono assorbenti illegalmente, oppure in negozi che vendono in dollari, ma che la popolazione non può sempre permettersi.

Nel momento in cui sono rimasta a Cuba, ho visto quasi tutti i negozi vuoti, scaffali impolverati e tristi,materie necessarie inesistenti e così mi sono trovata pure io a comprare assorbenti contrabbandati !

Scherzi a parte, la mia verità è che cerco di sdrammatizzare su temi e tabù che ho davvero a cuore, la lotta cubana all’apertura del paese, malgrado ci siano molti rivoluzionari che appoggiano il governo, sta nella richiesta di materie prime per tutti, di curare il proprio corpo nell’igiene e nella dignità e io spero tutto questo si raggiunga presto, anche perchè..

sfido chiunque a provare gli assorbenti Mariposa cubani!!!! (in foto)

Foto realizzata dalla giornalista Laura Rodriguez Fuentes, assorbenti Mariposa legati alla sedia
Articolodi Cubanet : https://www.cubanet.org/destacados/las-penurias-intimas-mujeres-cubanas/

Come sempre chicos siamo arrivati alla conclusione, io spero vi sia piaciuto e vi consiglio di guardare attentamente le immagini dedicate da X Alfonso al suo barrio. Vi immergerete nella vita vera, pozzi, secchi di acqua sgocciolanti e artisti, uno dei video che preferisco!!

Alla prossima,

STAY TUNED!!!!

X Alfonso-Santa

Il mio lockdown lontana da casa. pt.5

«C’erano due uomini. Karol Wojtyla, il pontefice di Roma.. Pronunciava la parola proibita: libertà. E c’era un uomo, Fidel Castro (…). Sorrideva incerto (…). Ora era in silenzio, in solitudine: l’inesorabile solitudine dell’uomo di una Rivoluzione che non ha saputo costruire amore».

Umberto Folena, Avvenire 2018

MINACCIA AL NATALE

L’altro ieri era l’8 Dicembre e in Italia per tradizione era il giorno dell’albero. Se mi seguite sul mio profilo Instagram, avrete visto la mia allegorica rivisitazione di Babbo Natale e la mia renna speciale che ha fatto impazzire tutti! Per me questo periodo dell’anno è sempre stato emblema di condivisione, di piacevole riunione familiare, incorniciato da luci e atmosfere calde, da caminetto e prelibatezze caserecce, d’altronde sono cresciuta in una famiglia napoletana! Alle 10.30 del mattino ho ricevuto la chiamata di mamma, chiedendomi di raggiungerla per pranzo, così, ho deciso di prepararmi e andare a passare la giornata in compagnia.

Vedendo la tavola imbandita, le candele accese, l’albero che proiettava le sue luci sul collo della bottiglia di rosso, la mia testa in un attimo si è messa a viaggiare, ed è stata catapultata a quel momento, quel preciso istante, i primi giorni di quarantena a La Havana, quando il cibo già cominciava a scarseggiare, a quando zia mi diceva con tono scocciato, che la coda per il pomo di aceite (bottiglietta dell’olio), era arrivata dall’altro capo della strada e sicuramente non sarebbe bastato per tutti, a quando il pollo, una delle poche carni reperibile, già non si trovava più.

Il tema del Natale è stato molto dibattuto sull’isola. Dal trionfo della rivoluzione castrista, la tradizione natalizia, importata dagli spagnoli, divenne un’ ulteriore proibizione. I motivi erano svariati, ma prettamente di carattere politico e economico; i conflitti fra la chiesa cattolica e lo stato laico che voleva Castro, ostacolare la produzione di canna da zucchero, molto prolifera in quel periodo dell’anno, la scarsità di alimenti, giocattoli e oggetti per la celebrazione della festa, tant’è che nel 1969 il comandante, decise di proibirne la celebrazione per più di 30 anni.

Pensiamoci, con questo nuovo lockdown italiano stiamo lottando con le unghie e con i denti per non farci togliere il Natale, lo spirito di condivisione a cui siamo abituati, nel bel mezzo di una pandemia che impone una limitizione dopo l’altra, e dall’altra parte del mondo, lo stato era proprio riuscito a sradicare questa festa. Solo il viaggio di papa Giovanni Paolo II nel 1997, restituì la tradizione del Natale ai cubani, almeno la fede in essa, perchè le difficoltà legate alla celebrazione, per come consumisticamente noi la intendiamo, rimase e rimane insita nella realtà dell’isola tutt’ora.

Viaggiando a Cuba difficilmete troverete alberi addobbati, ghirlande colorate, luci sgargianti per le vie, tutto ciò non esiste, i bambini non credono a Babbo Natale, perchè non gli è stato insegnato a crederci, non sanno cosa significa la magia, perchè troppo presto ricevono lo schiaffo della realtà. L’ostacolo, il macigno insormontabile rimane, trovare abbastanza cibo, generi di prima necessità, che sia un giorno di festa oppure no, l’ansia è riuscire a sfamare sempre tutti.

Io credo che la magia a Cuba esista, l’ho vista, sta negli occhi delle persone che ti amano, sta nel sorriso di un bambino che riceve da te una caramella, sta nell’allegria di un ballo improvvisato, quando la bodega distribuisce saponi e dentifrici e sta nei giovani che improvvisano una partita di calcio per le vie maltrattate della città, che ti tirano la palla sulle gambe e abbassanado la testa ridendo e imprecando perchè gli hai interrotto il loro gioco.


Il mio Natale inventato a Cuba, nel mio piccolo mi sento di aver donato qualcosa con la mia presenza, un piccola babba natalina, con un’amico renna speciale.


Rielaborazione grafica di cactus cubano
Miami 2017

Corri ICHI !!

La bandana di questa signora, era la cosa più americana che potevo vedere

MIAMI BABY!

Restando in tema natalizio, la vigilia della mia vera e propria quarantena, avevo un’altra opzione di viaggio prima di gettare completamente la spugna, un volo diretto per Madrid.

Mi era stato comunicato telefonicamente dalla compagnia aerea e grazie a questa possibilità sarei potuta tornare in Europa, riavvicinarmi per lo meno, però non tornare a casa mia, sarei rimasta in balia degli eventi in Spagna, e in quel periodo, Marzo 2020, era altamente sconsigliato anche solo transitare nei cieli spagnoli, dato che era uno degli stati più afflitti dalla pandemia. Questa opzione mi faceva più paura della mancanza del pollo sinceramente, così rifiutai di partire con la consapevolezza che non sarebbero apparse altre possibilità, tutto stava inesorabilmente chiudendo!

Oltre oceano, ma giusto a uno schioppo, ci stava mio padre, lui che dall’Italia, si era trasferito a Miami da qualche anno, si era offerto di aiutarmi ad attraversare lo stretto Havana/Miami per passare la quarantena con lui e le mie sorelle, era davvero l’ultima occasione per non rimanere bloccata sull’isola a lungo termine.

Era una proposta allettante, ma ancora una volta l’America aveva inasprito i rapporti con i cubani, uno a uno vedevo i voli di qualsiasi compagnia sfumare, un attimo prima erano impressi, pronti per essere acquistati, e subito dopo alla richiesta di pagamento, letteralmente sfumavano sotto le mie dita, sotto il touch di quello schermo, di quel cellulare, che per riuscire a stare connesso mi stava costando più di un rene. Ultima corsa contro il tempo, il rush finale!!

“Abuelo andiamo in aeroporto e vediamo se mi fanno imbarcare!”

Benissimo e dove troviamo una macchina?! Che idea pensare di avere un’auto di proprietà come tutti noi qui in “Occidentolandia”, infatti quest’ultima resta un lusso per pochi, un bene trasmesso di generazioni in generazioni, dall’abuelo ai nipoti, oppure un regalo di un parente straniero, acquistarla è davvero difficile, dati i prezzi da capogiro e gli stipendi da tagliarsi le vene. In questo momento i taxi iniziavano a scarseggiare, nessuno voleva trasportare turisti, il nostro caro amico autista, che veniva sempre a recuperarmi in aeroporto, non se la sentiva, aveva tristemente risposto che non voleva “arriesgarse” (rischiare), trasportare un’italiana faceva davvero paura a tutti. Dovevo inventare, pensa e ripensa..che si fa…?! Chiediamo a ICHI!!

Il soprannome del nostro vicino di casa, almeno come lo avevo capito io, lui che con la sua macchina semi scassata era sempre in mezzo alla strada a sistemare qualcosa, lui che vestiva una salopette con un gancio allacciato e uno penzolante e sotto nulla o una maglia stracciata, che non lascava nulla a desiderare, tranquille non fantasticate troppo, l’immagine si distacca molto a quella che avete nella testa. Benissimo lui era la nostra salvezza, iniziammo una corsa incredibile, perché non sapevamo a che ora chiudessero gli sportelli delle compagnie, e come si sa, gli orari non sono mai molto veritieri a Cuba. Voglio tagliare corto, questa storia non è tanto emozionante tanto quanto sto cercando di descriverla, arrivammo in aeroporto, correndo, la ragazza dell’American Airlines era ancora lì seduta e aveva alcuni viaggiatori in fila davanti a sé più disperati di me.

“Eccerto!” La compagnia stava avvisando tutti che non si poteva più volare, nemmeno i cubani con cittadinanza americana potevano ricongiungersi alle proprie famiglie, l’America aveva chiuso le frontiere, Trump stava stringendo la morsa ancora una volta contro l’isola, e io stavo vivendo tutto ciò, questa relazione storico/sociale potevo sentirla sulla mia pelle. L’opzione di raggiungere l’areoporto, si rivelò solo uno spreco di soldi, tante chiamate, la perdita del rene, una corsa sfrenata, per vedere come alcune barriere venivano mantenute anche in un momento di estrema necessità, ma il lato positivo c’era, tornai a casa con mio nonno a braccetto, con le sue parole che risuonarono tanto belle nella mia testa:

“Beh almeno passiamo il mio compleanno insieme!”.

IL 25, COMPLEANNO COME NATALE

Stavo disperatamente cercando un modo per creare un parallelismo tra il mio lockdown iniziato a marzo e le feste natalizie che hanno già iniziato a infondere il loro profumo in questo nuovo lockdown in patria.

E mai come in questo preciso istante, mi rendo conto di quanto le coincidenze in questa storia non esistono, tutto doveva andare così, per permettervi di descrivere e farvi sognare la mia storia per come l’ho vissuta. La “falsa casualità”, la chiamerò così perchè come avrete ben capito, non credo al caso, in questa situazione è stata numerica, infatti il giorno 25 marzo 2020, era il compleanno di abuelo, e senza nemmeno pensarci troppo in quel giorno avevo deciso di preparare uno dei dolci di natale per eccellenza in sud Italia: gli struffoli.

Fragranti sfere dorate, ricoperte di miele, fritte dagli angeli e mangiate ogni anno durante le feste, senza di loro per me non era Natale, ah che bello essere nata mezza terroncella (mamma napoletana, padre cubano, ma che ve lo dico a fare!?).

Certo vi domanderete, come hai fatto , se dici che non c’era nulla, a preparare gli struffoli napoletani a Cuba?? La mia creatività e la voglia di stupire sempre tutti, me compresa, non ha mai avuto limiti, infatti mi ero alzata molto presto, come sempre, svegliarsi non era tanto difficile, dalla piccola finestrella sopra la mia testa, il sole filtrava con una semplicità incredibile, e io per il troppo caldo lasciavo sempre quello spiraglio aperto, giusto quello che serviva per accecarmi ogni santa mattina.

Step 2: preparare il caffè, vi avevo promesso di dirvi come viene fatto il caffè cubano, di certo molto peggio di quello che vi aspetterete. Infatti la coltivazone di caffè è una di quelle cose che tanto viene decantata sull’isola, ma ovviamente tutta la produzione è gestita dallo stato, non viene distruibuita o venduta internamete, ma esportata, lasciando così al popolo solo un vago ricordo del buon cremoso liquido marrone caramellato a cui siamo abituati. Il caffè a Cuba non è altro che………………una macinatura di…………….CECI !!!!!

Ebbene si amici, la miscela di caffè più venduta alla bodega (negozi dello stato) è un mix di caffè, con una percentuale molto bassa, e un tipo di ceci triturati, molto diffusi nella cucina tradizionale cubana. (Allora non posso dire che non era buono, solo molto leggero, ne avevo bisogno 10 al giorno per essere più o meno attiva).

Dominò e chicharrones ( pelle di maiale fritta e rifritta, tipico snack latinoamericano) significa festa!

Finestrella maledetta!

Ricaricata o meglio, appena appena energizzata, data l’inefficacia dei ceci, ero pronta per mettermi all’opera, pronta per la preparazione del pranzo e per dimostrare le mie doti culinarie a tutti, aveva inizio la mia missione struffoli, senza farina, senza zuccherini, senza vannillina o essenze, senza arance…insomma volevo creare un dolce senza il dolce!

Proprio come diceva un post simpatico su Instagram, inviatomi ieri da un’amica, volevo creare qualcosa partendo dal nulla senza nulla, ma non volevo darmi per vinta, perchè dovevo preparare un dolce a Cuba in questo giorno di festa!

E via con la creazione! Farina di mais, uova, maizena, scorze di lime e il super impasto legnoso era pronto, ora dovevo rollare e tagliare i miei amici struffoli, ma il processo si dimostrò più arduo del previsto, infatti la farina di mais non aveva la stessa resa di quella 00, ma io imperterrita continuavo.

Inoltre c’era poco olio per friggere, e quello nella padella era già stato utilizzato, ma non potevo essere troppo schizzinosa, ne sprecare altro olio per i miei esperimenti.. Così mal mi vogliano tutti i nutrizionisti e gli amici a dieta, ma dovevo friggere e potevo farlo solo con quello che avevo davanti a me. Pensandoci, credetti pure che un olio già usato poteva dargli anche un sapore più rustico, a posteriori ci ripenso e dico, che idee malsane e che ingenua ahah!

La frittura andò liscia come l’ol… beh magari evitiamo, tutto regolare insomma, era tempo di mantecare le belle palline dorate, che sembravano più un mix tra una palla da golf e da tennis, con il miele che fortuntamente non mancava!

Io sentivo già il profumo del Natale, a Marzo, e voi??

Ovviamente il Rum era immancabile, ogni festa che si rispetti richiede la giusta dose di alcolici, quel tantino per rallegrare tutti, e a Cuba non esite una fiesta che non sia a base di rum, sigari e musica.

Lei è la regina di ogni evento, di ogni momento bello, la si ritrova fra le strade di città, ma anche nei campi più desolati, non esiste persona a Cuba che non viva a ritmo, che non si rallegri ascoltando una canzone e che non festeggi un compleanno o un Natale con il volume da concerto da stadio!

La mia conclusione è che non importa quanto facessero pena quelle palline rifritte al miele, lo spirito del Natale, delle feste o in questo caso del compleanno è proprio questo, magari niente, non potersi permettere grandi lussi, ma ridere “disfruttando” un momento con chi si ama, ricordandosi sempre la fortuna di essere VIVI, me l’hanno insegnato loro, ogni giorno vissuto lì, sacrificando qualcosa, mi ha fatto guadagnare e imparare la cosa più importante :

MAI UBRIACARSI CON IL RUM SCADENTE!!

Faceva caldo, ero chiusa in casa ed ero ubriaca!! W la fiesta! Iniziamo con i selfie casalinghi ora!!

Ragazzi anche per oggi abbiamo concluso, io come sempre, vi lascio con una canzone cubana super natalizia,

STAY TUNED CHICOS e alla prossima settimana!!!!!

Beh, si sa che il Natale è anche un pò TRASH, così ho voluto lasciarvi questo video molto simpatico, che è stato la colonna sonora del mio viaggio a Miami nel 2017, scoperto dalle mie sorelline, il motivetto e il OH OH OH di SANTA CLU (Babbo Natale) ce l’ho sempre in testa ogni anno!! Spero che un pò di sana tamarria sia ben accetta, lasciatemi un commentino o un vostro parere!!!!

GRAZIE A TUITTI!!!

Classificazione: 5 su 5.

Vota pure il post, i vostri feedback sono la mia crescita!!!

Los quiero mucho!!!

Il mio lockdown lontana da casa. pt.4

“Volevo apparire cubana, con la mia pelle chiara e le mie labbra fini, volevo sentirmi diversa, fino a che scoprii che la mia diversità era accettarmi nella mia unicità, ero più cubana di ciò che pensassi”.

Chiara

ORIGINI E “RAZZISMO AL CONTRARIO”

Ci terrei tanto ad aprire questo post con una riflessione. Dal momento in cui ho scoperto le mie origini, o meglio realizzato che ero nata in Italia, ma con un genitore straniero, ho sempre cercato in ogni modo l’appartenenza o la verosimiglianza alla parte più cubana che c’era e c’è in me. Mi vorrei spiegare meglio, fin da piccola ho sempre amato i mix culturali, le religioni, le varie etnie che popolano il nostro mondo, ero una bambina davvero curiosa e aperta, grazie soprattutto a mia mamma, che mi ha insegnato i veri valori e la sensibilità verso il prossimo. Ricordo che quando si parlava di culture, terre lontane, origini diverse io mi emozionavo e mi incuriosivo sempre tanto, forse desideravo proprio fare parte di ciascuna. Crescendo, decisi, senza troppe esitazioni che, come tesina delle scuole medie, dovevo portare l’Africa e successivamente ad ogni relazione o tesi dalle scuole superiori fino all’Università decisi, quasi ossessivamente, ad indagare le mie radici cubane fino in fondo.

Volevo trovare la “cubanicità” in me, le caratteristiche presenti nella mia persona che mi identificassero con quella cultura, che era ed è a tutti gli effetti parte di me. Io, a differenza di come andava il mondo moderno, desideravo un colore della pelle più scuro, delle labbra più carnose e dei capelli decisamente più voluminosi e afro rispetto al mio riccio europeo, secondo me banale. Non mi fraintendete, non sono mai arrivata a non accettarmi, solo cercavo in ogni modo di riconoscere in me, quelle caratteristiche prettamente caraibiche o afro che vedevo nel popolo cubano o africano, appunto quella che viene chiamata afrocubania**.

In provincia di Varese, Lombardia, dove sono cresciuta, i commenti ottusi non ci hanno messo troppo ad arrivare: “Beh non si vede che sei cubana….”, “Tu cubana ? Ma va, non sei nemmeno scura di pelle”, “Beh non si direbbe proprio”, “E tu vorresti essere nera, quando hai avuto la fortuna di nascere bianca e qui?”, “E poi il tuo cognome è italiano..”.

A me questi commenti, un pò razzisti al contrario, hanno sempre ferito un po’, era come se volevo si vedesse che ero “diversa”, nel senso buono ovviamente, avevo questa fortuna di aver ben due culture scorrere nelle mie vene e volevo mi fosse in qualche modo riconosciuto, che a colpo d’occhio si vedesse! Tutto ciò, crescendo, ha incoraggiato la Chiara adolescente sempre più verso la scoperta delle sue radici, volevo capire a tutti i costi, perchè, se ero mezza cubana, ero tanto bianca di pelle, tanto normale, tanto italiana, volevo che le mie origini trasparissero, come se si leggesse in fronte: SONO ITALIANA E CUBANA, anche senza aver avuto mai nessun contatto con Cuba, io ne andavo orgogliosa!

Era come se volessi dimostrare agli altri qualcosa, con degli stereotipi forse, nel modo più sbagliato possibile, in realtà non avevo ancora capito che non avevo bisogno di dimostrare niente a nessuno, se non a me stessa, chi ero veramente.

IO dovevo assolutamente indagare le mie origini per capire chi fossi davvero, e così è stato!!!

Estate 1995
Muneca santera, Trinidad

Caibarien, Marzo 2020
Murales, Remedios
Malecon Havanero

IL VIRUS E IL COGNOME

Piccoli cenni introspettivi, pillole del mio vissuto tutto ciò mi aiuta a descrivere chi sono, a raccontarvi di me per diventare più intimi, non voglio tediarvi con storie estremamente personali, ma ci tengo a mostrare chi c’è dietro questo schermo, e spiegarvi esattamente come ho vissuto sulla mia pelle uno dei momenti storici più difficili e drammatici che sta vivendo l’isola, e come da semplice europea sono entrata a contatto con la vita vera.

Successivamente alle mie avventure a Caibarien, devo dirvi che sono riuscita a visitare altre località che vi racconterò assolutamente in un post dedicato,ma ora sento la necessità di parlarvi di attualità e con durezza aprire gli occhi a tutti i lettori che non conoscono o non immaginano minimamente la difficoltà di vivere qui.

Certo penserete che sono arrivata e me la spassavo alla grande, non sembrava proprio che la stavo vivendo tanto male o mi mancasse qualcosa. Eccoci arrivati al punto. Quando il virus ha iniziato a dilagare anche a Cuba minacciando le prime chiusure, io ero riuscita a godermi una parte della mia vacanza ed ero tornata all’ Havana, pensando ingenuamente di poter tornare a Londra con il mio volo di ritorno, seguendo le prime normative anti-covid disposte.

La mia vera e straordinaria esperienza iniziava proprio lì, nel momento in cui ho realizzato che non sarei più potuta tornare fino a data da destinarsi, che avrei proseguito la mia avventura sull’isola non più da turista a passeggio, ma da vera cittadina a tutti gli effetti, con:

DOCUMENTI SCADUTI, ASSICURAZIONE MEDICA NON VALIDA, PASSAPORTO ITALIANO, COGNOME ITALIANO, SOLDI QUASI TERMINATI.

Da un giorno all’altro non avevo più alcun legame con la mia famiglia, per lo stato ogni turista presente sull’isola doveva andarsene e in mancanza di aereo doveva alloggiare in hotel a spese proprie. Il mio mancato riconoscimento mi stava giocando una carta falsa, avere un cognome italiano significava una cosa sola :

Ero una straniera incastrata in un paese che non voleva stranieri, ero diventata di troppo. Per giunta non una semplice straniera, ma un’italiana che era a Trinidad quando i primi tre casi, si manifestarono sull’isola.

“Coronavirus: tre turisti italiani ricoverati a Cuba

Tre turisti italiani, di cui non è stata resa nota l’identità, sono stati ricoverati ieri in un ospedale di L’Avana dopo essere stati trovati positivi al coronavirus mentre soggiornavano con un quarto italiano in un ostello della città di Trinidad. La tv cubana ha indicato che, in base a informazioni fornite dal ministero della Sanità, gli italiani sono arrivati a Cuba il 9 marzo. Ora sono ricoverati nell’Istituto di medicina tropicale ‘Pedro Kouri’ in condizioni che non destano preoccupazione.” La Repubblica, 12 marzo 2020

Tranquilli non ero una dei tre e nemmeno ci ero entrata in contatto, ma vi rendete conto che assurda coincidenza?!                                                                                                                                Ora gli italiani erano visti come gli untori della pandemia all’estero, e io sfortunatamente potevo essere una di quelle agli occhi loro, vai a spiegare a tutti gli uffici cubani che io stavo sull’isola da febbraio e quindi ero innocua ed ero stata attenta a tutto, passando la maggior parte del tempo con la famiglia, certo quella di sangue, ma che sulla carta non aveva nulla in comune con me. La verità è che come sapete bene, il virus ha iniziato a distendersi a macchia d’olio anche nell’isola e all’inizio si cercava proprio il capo espiatorio.

Ora era davvero iniziata la corsa contro il tempo, dovevamo andarcene tutti e alla svelta, la situazione stava cadendo in picchiata e il governo non voleva di certo ospitare tutti i turisti presenti. Ricordo che alla notizia del mio volo cancellato, mi rincuorai perchè la compagnia aerea spostò immediatamente i passeggeri in uno al giorno seguente , il 24 marzo, giorno di chiusura frontiere, doveva essere l’ultimo giorno per far volare gli aerei di linea, e quindi anche il mio alle 22.30 di sera, previa autorizzazione del governo cubano a partire,  infatti dovevo avere l’autorizzazione dall’immigrazione.

Non riuscii a dormire, continuavo a fissare il soffitto pensando a come avrei fatto se avessero cancellato anche questo, sarei rimasta lì, oddio senza documenti o meglio scaduti, i soldi scarseggiavano, ero davvero in balia degli eventi e tutto mi sembrava così surreale.

Trinidad, tre giocatori di dominò

Scappa, corri!
Anche lui era un diverso come me

El barrio

L’arte dell’invento, forse è proprio da lì che l’ho ereditata

IMMIGRATA

Benissimo il giorno della partenza, i miei pensieri positivi erano presenti, ero carica , ma attenzione avevo sempre da risolvere il problema con l’immagrazione cubana, non potevo stare nel barrio che volevo, dovevo assolutamente spostarmi in un hotel convenzionato dallo stato se non fossi partita il giorno stesso, ma soprattutto anche l’agenzia di viaggi aveva bisogno dell’approvazione del governo per farmi eventualmente prendere un qualsiasi volo di ritorno.

Sapevo già che tutto si sarebbe risolto, il mio volo sarebbe partito in orario, sarei tornata nella fredda Londra, dove il mio lavoro stava proseguendo, malgrado i primi contagi, ero estremamente su di giri, perché l’opzione di rimanere lì si faceva sempre più vivida nella mia testa, ancora non sapevo cosa mi aspettasse.

Così, senza perdere tempo, con nonno tenendomi per l’avambraccio, dovevo camminare circa 5 km per raggiungere l’ufficio immigrazione più vicino, e spiegare che sarei dovuta partire la sera stessa o per eventuale cancellazione volo, sarei rimasta buona buonina in una casa familiare e non mi sarei spostata in un hotel.                                                                                                                Vi ricordate le code per prelevare in banca? Ecco questo ufficio era completamente deserto rispetto a quella giornata passata sotto il sole, ma l’attesa si fece estenuante lo stesso, credo di aver capito in quel momento che l’emblema di questo paese è la COLA (la coda) infinita e per tutto,  in più avevo quell’ansietta che ti attanaglia lo stomaco, mischiata alla fame.

Finalmente, dopo ore di attese, incontrammo una delle cubane più carine e gentili della storia, lei seduta, appena tornata dalla pausa pranzo, ecco perché avevo tanta fame, si fermò come estasiata e partecipe alla storia che mio nonno le stava raccontando: “Mia nipote è Italiana, è venuta in visita alla famiglia cubana da parte del papà, stava passando del tempo con noi, deve ripartire oggi, se non le cancellano il volo, ha il permesso di rimanere da noi??”.

E intanto il mio mitico abuelo aveva già tirato fuori il cellulare per mostrarle alcune foto scattate insieme, come per farle capire la somiglianza che scorreva nelle nostre vene e sui nostri visi, cercava un escamotage per addolcirla e appassionarla alla vicenda.

 A Cuba amici miei nulla è facile, ci si inventa, si trova sempre un modo per agire e sistemare una situazione, e questa cosa ai miei occhi era, malgrado tutto, molto bella, si cerca sempre di non darsi per vinti e costruirsi una soluzione accettabile pur partendo dal nulla o dall’instabilità.             Il governo è molto rigido, così il popolo ha imparato l’arte della sopravvivenza e dell’invento, che io apprezzavo ogni giorno di più.

La signora era quasi commossa, totalmente coinvolta nella storia, mi disse che dovevo trovare il modo di andarmene prima possibile, già non si accettavano più turisti nell’isola, ma se fossi rimasta bloccata, potevo restare tranquillamente a casa della mia famiglia per il tempo necessario a prendere il mio volo, ovviamente dovevo attuare da cubana, perché i muri hanno occhi e orecchie.

HAVANA ULLALA’…

Come avrete ben capito, il lockdown era iniziato e più nessun aereo aveva il permesso di volare, tranne i primi voli d’emergenza o umanitari che da quel fatidico giorno iniziarono a aumentare i loro prezzi per far “umanamente” tornare le persone nel proprio paese.                                                                       Tornata a casa, avevo iniziato a sistemare le valigie, perchè la sera il mio volo partiva dall’aeroporto della capitale e per precauzione decisi di chiamare per l’ultima volta la compagnia aerea , per una verifica definitiva.

Ma arrivarono le fatidiche parole: “Su proximo vuelo es el 1 de Junio…” (Il suo prossimo volo è il primo di giugno…)

SI, GIUGNO….. +2 mesi  (dopo la vacanza di un mese avevo accumulato +2 punti quarantena!)

Il mio volo andata/ritorno che comprendeva il ritorno a Madrid e successivamente a Londra, non esisteva più….  PUFF!!!!!                                                                Era stato cancellato il giorno stesso per la sera, e l’avevo scoperto perché mi ero interessata a chiamare per sicurezza, ed eccallà la fregatura! E sapete il mio primo pensiero quale è stato mie cari?? Nessuna disperazione, nessun attacco di panico, avevo un sorrisino beffardo ed ero pronta:   CUBA MI VUOLE QUI!!!!!      

                Tutto ruotava intorno a questo, la mia mente non smetteva di raccontarmi storie, dovevo vivermi questa esperienza positivamente, era un segno, era l’occasione per conoscere l’altra parte di me e proprio quella che aspettavo, quando mi poteva ricapitare di stare così a lungo in una località, e soprattutto quella per cui stavo lottando per conoscere fin che ne ho ricordo!?

Il mondo, il karma, il destino, il fato, chiamatelo come volete, me lo stava servendo su un piatto d’argento, lì, bloccata, con una pandemia che mi stava rincorrendo, da Trinidad fino all’Havana, e io avevo un sorriso sulle labbra, perché sentivo che era proprio dove dovevo stare.

AVEVA INIZIO LA MIA AVVENTURA, IL MIO LOCKDOWN LONTANA DA CASA.

PROPRIO COSì.

**Afrocubania = Ho dedicato i miei interi studi alla scoperta del vero significato di questa parola e a capire cosa rende tanto unica la mescolanza tra due culture, che prima della colonizzazione erano tanto distanti. Quando gli spagnoli arrivarono sull’isola portarono con forza le proprie tradizioni e la fede cristiana, che fu imposta agli abitanti indios e a tutti gli schiavi africani, importati e sfruttati per il duro lavoro. Le credenze politeiste, aborigene, tribali, vodoo, africane vennero viste dai colonizzatori come qualcosa da estirpare e demoniaco, così, il popolo schiavo trovò un modo originare di nascondere le proprie usanze, celando i santi africani e le iconografie prettamente tribali sotto il nome e l’iconografia cristiana. In breve Santa Barbara divenne un potente Changò, La vergine della Carità, patrona dell’Havana, la bellissima Ochun, santa della fertilità e così via.. La mescolanza etnica non riguardava solo la religione, ma tutti gli aspetti dell vita sociale, quotidiana e anche fisica del nuovo popolo formato, il popolo cubano presenta in sè tutti questi aspetti che mi hanno affascinata e affascinano tutt’ora. I molti mulatti presenti sull’isola avranno sicuramente discendenze di sangue spagnolo e africano , portando dentro di sè una storia veramente incredibile, che vive e sussiste al giorno d’oggi. Presto approfondirò questo argomento che mi ha segnata nel corso degli anni, sia personalmente, che artisticamente.

STAY TUNED ASERE….

Spero che vi sia piaciuto, ora arriva il bello, lasciate un commentino e un like, la storia continua la prossima settimana…

La cafetera, Maykel Blanco y Su Salsa Mayor feat Yoruba Andabo

SPOILER ALERT!!

Non avevo abbastanza connessione per ascoltare Spotify, Youtube o vedere Netflix, perciò la radio è stata, fin da subito, la mia salvezza insieme al caffè.. questa era una delle canzone che preferivo in quel momento, allegra, mi tirava sempre su il morale e mi faceva venir voglia di bere caffè..la mia droga in quarantena.. avremo tempo di parlarne, anche del caffè cubano..

CIAOOOOOO!!!!

Il mio Lockdown lontana da casa pt.3

Origini campesine e sostenibilità

“The world breaks everyone, and afterward, some are strong at the broken places.”

“Il mondo spezza tutti, e in seguito, alcuni sono forti proprio nei punti spezzati.”

Ernest Hemingway

Rivedo tantissimo Cuba nelle parole di Hemingway, certo il classico clichè quando si parla dell’isola è parlare dell’importante poeta che l’aveva scelta come casa, ma io in queste parole vedo davvero il volto del popolo cubano. Il loro punto di forza è proprio essere spezzati, vivere di sacrifici, avere la schiena rotta per il duro lavoro nei campi, cercare cibo oltre la Libreta, ma soprattutto, superare tutte le avversità prendendo le forze da dentro, affrontando sempre con un sorriso sulle labbra la vita e un “SEGUIMOS ASERE”. (Lo slang cubano è qualcosa di speciale, creerò un post dedicato perchè a me affascina molto, ora vi basta sapere che, ASERE, è una delle parole più usate, ha il valore del nostro “Fratè”, “Amico” o all’inglese il classico “Mate”).

Il sorriso è sempre stato una mia caratteristica, forse ripensandoci l’ho proprio ereditato, non lo posso sapere, ma sono convinta che la potenza di far ridere qualcuno, non ha veramente eguali. Condiviso poi, è qualcosa che ha dell’incredibile, il coinvolgimento di questa curva è più forte di qualsiasi algoritmo!

Lavoratore riposandosi, felice di farmi da modello

L’altro cugino, il “business man”

Carros colorados

IL SECONDO SCOGLIO: LA COMUNICAZIONE

Vi ricordate, nella scorsa puntata abbiamo parlato dei due scogli quando si arriva a Cuba, pensavate che mi ero scordata eh.. invece no, il primo erano i soldi e il secondo punto, non approfondito, era proprio la comunicazione. Sapete una delle cose che mi ha fatto perdere momentaneamente il sorriso qual è stata?? (preciso, anche i cubani lo perdono in questi casi..)

Scoprire le tariffe telefoniche!!

Eh già, fibra supersonica, offerte di gb infiniti + wi-fi in ogni dove, eh no ragazzi a Cuba l’unica compagnia esistente è Etecsa, gestita dallo stato e ovviamente cara più dell’aria che respiri (e anche il Wi-fi si paga..EHEH). La comunicazione è proprio una barzelletta amara, è sputare in faccia agli stipendi mensili cubani che sono al pari di un paio di ricariche, è riuscire a sopravvivere con schedine da 1GB  a 10 dollari (se prendi una SIM cubana) o comprare tessere per poter usufruire del Wi-fi disponibile solo in alcuni parchi o aree riservate (ovviamente è presente in alcuni hotel e case particular, basta chiedere!). Preciso, la maggior parte dei cubani preferisce comunicare che arrivare a fine mese, il mondo di internet è arrivato relativamente da poco, e quindi il BOOM tecnologico e sociale ha fatto impazzire tutti!

Massì, ma cosa mi serviva Internet, certo comunicare con la famiglia in italia…Ma avrei trovato un modo, ero abituata a entrare sui social o Whatsapp per noia, per divertimento, per qualsiasi motivo futile ogni singolo giorno, ma sinceramente già dall’aereo stavo pensando di staccare da tutta questa tecnologia , vivere un’avventura vintage, un’avventura vera, dal sapore autentico. Così le prime due settimane rimasi completamente offline, scattavo foto, osservavo molto e scrivevo il mio diario di bordo su un taccuino.

La mia arma segreta era un’app geniale scaricata precedentemente in Europa, “MAPS OF CUBA OFFLINE”, che consiglio vivamente se volete pianificare un viaggio nell’isola, trovata un giorno di zapping su Google Play, era la mia migliore amica, mi portava dappertutto senza l’ansia di perdermi, siceramente non avevo molti dubbi a riguardo, la mia famiglia mi seguiva come un’ombra dappertutto!

Infatti l’idea del viaggio in solitaria diventava via via un sogno lontano, i cubani possono essere davvero molto protettivi, cosa a cui non ero abituata!! Contentissima, stavo finalmente, mettendo piede fuori dall’Havana, vorrei sottolineare che non è che non mi piaccia la città, ma sentivo di voler vedere e conoscere di più la vita nel campo. Sono cresciuta in un paesino italiano in mezzo ai boschi, e sentivo il richiamo delle mie origini campesine anche oltre oceano!!

MEZZI DI TRASPORTO, CAIBARIEN E GRANCHI

I mezzi di trasporto a Cuba, sono peculiari e secondo me bellissimi, si passa dalle classiche macchine coloratissime viste e riviste ovunque, a bici-taxi, motonetas, coches con caballos, coco taxi, camionetas e chi più ne ha più ne metta (se vi interessa, li descriveremo in un prossimo post).

Ovviamente per viaggiare da una provincia all’altra esistono comodi autobus che raggiungono più destinazioni, e sono prettamente turistici, ma c’è anche la possibilità di viaggiare in autostop per i giovani avventurieri ( si ho fatto anche questo) o cercare una macchina da “compartire” davanti alla terminale degli autobus dell’Havana.

Eh già perché è proprio lì dove si radunano tutti i taxi particular, (non veri e propri taxi, ma auto private di persone che svolgono un servizio taxi abusivo), che con grida e sorrisi, tipo sagra di paese, cercano di caricare più possibile l’auto verso una destinazione, così che il prezzo del tragitto è dividibile e risulta davvero allettante, e loro ci fanno tanti soldini perchè possono ricaricare il prezzo, chiamali scemi! Ultimo dettaglio, ma non meno importante, risulta nettamente più sostenibile “compartir”, invece di prendere un taxi privato e sprecare il doppio della “gasolina”. I taxi particular sono gli Uber cubani per eccellenza e io non potevo più farne a meno per qualsiasi spostamento!

E via….verso Villa Clara , con destinazione finale Caibarien, città natale di abuela e soprattutto dove ad oggi ancora vive la mia BISABUELA (bisnonna di ben 86 anni, mai conosciuta prima).

Io e Melia a fare l’autostop, ma questo ve lo racconterò più avanti..
Havana-Caibarien 331 km

VILLA CLARA PIT-STOP

La minuta
El cangrejo de Caibarien
Welcome to Caibarien!

Abbiamo passato più di un’ora a Villa Clara non vedendo nulla di particolare, stando solo seduti su una panchina, perchè stavamo aspettando il nostro passaggio per Caibarien, ovvero un’altro mio cugino con un suo amico, che sarebbero venuti a prenderci, ma diciamo io non ho trovato tutto quel tempo perso, anzi mi ha dato la possibilità di capire e vedere con i miei occhi le differenze con la vita della città.

L’odore e l’atmosfera erano ben cambiati, qui l’aria era più libera forse più odorante di sterco, ma io l’ho trovata molto CALDA e piacevole, una città produttiva, ma meno caotica e sporca dell’ Havana. La pausa è servita anche per assaporare uno snack del posto, che ho totalmente adorato, penso che sia stato in assoluto uno dei miei street food cubani preferiti!

PAN CON MINUTA!!

Non uno snack da poco, un vero e proprio brunch/merenda calorico.. A lo cubano! Pane con all’interno una minuta intera, un tipo di pesce che si trova soprattutto in queste zone, fritto semplice o anche farcito con jamon y queso (prosciutto e formaggio, quando si trovano..), creando così una MINUTA COSTA NORTE, come viene chiamata.

Per rimanere in tema appetitoso, il piccolo pueblo dove ci stavamo dirigendo è molto conosciuto per i granchi, infatti il simbolo di Caibarien è un granchio gigante posizionato alle porte della città. Superato la maestosa scultura, ho notato come questo bellissimo posto era completamente deserto…

Di certo non mi immaginavo una metropoli, ma l’impatto è stato molto forte, questo paesino era totalemente deserto o quasi; regnava una calma e una quiete assuluta.

Chiedendo e informandomi un pò, ne ho capito la ragione… Caibarien ha una lunga storia di marinai, pescatori e grandi attività commerciali, ma dopo la rivoluzione cubana**, è stata completamente abbandonata, chi ne rimane sono poche famiglie di lavoratori, come dice una canzone di Marichal,

“Caibarien, pueblo pesquero.. tu sigue siendo hermosa todavia”, (“Caibarien, popolo di pescatori, continui a essere bella tutt’ora”)

nella sua desolazione e distruzione ha mantenuto il fascino di un pueblo unico e ricco di persone umili che ancora amano il proprio lavoro a contatto con la NATURA.

BICICLETTATA A CAYO CONUCO

Devo dire che questo piccolo paesino, mi ha sorpreso veramente in tanti aspetti e uno di questi è stato l’enorme utilizzo di biciclette e moto elettriche per spostarsi ovunque! Eh si, che strano penserete, proprio a Cuba, sinceramente nemmeno io me l’aspettavo!

Già all’ Havana avevo visto un piccolo utilizzo dell’elettrico, che precisamente viene importato dal Messico o Panamà, ma trovare così tanta sostenibilità in una provincia così piccola mi ha riempito il cuore di gioia!!! Inoltre le biciclette che ci avevano prestato per raggiungere il Cayo più vicino, non erano bici normali, ma delle vere e proprie Harley Davidson senza motore!!!

Cayo Conuco non è la classica spiaggia con sabbia bianca e acque trasparenti, anzi è molto selvaggia, è piena di mangrovie e piante acquatiche stupende, un vero paradiso per la biodiversità. Dopo ben 6km di biciclettata sotto il sole eravamo finalmente arrivati, le biciclette non bastavano per tutti, così mi ero offerta di portare la fidanzata di mio cugino dietro alla mia, perchè era la più comoda delle tre. Ero stremata, dopo mesi senza fare sport, e si vedevano tutti, quello sforzo mi aveva uccisa, mi ricordo che lasciato la bicicletta sul cavalletto, di fretta e furia ho lanciato i pantaloncini e mi sono tuffata.

Stavo inaugurando il primo bagno della stagione, ero finalmente lì, respiravo a pieni polmoni quella brezza. Il giorno 2 Marzo 2020, posso dire di aver alzato le braccia al cielo, completamente immersa, e di essermi sentita LIBERA in quel mare…. di ALGHE!!!!!!

Cayo Conuco 02/03/20

TO BE CONTINUED….

Chicos spero vi sia piaciuto, qui sotto vi lascio la bellissima canzone di questo rapper cubano, dedicata a Caibarien e un piccolo cenno storico alla rivoluzione cubana.

La canzone è di un rapper cubano che ha dedicato queste parole alla sua città natale, descrivendone la storia
Marichal, “Caibarien”

** Villa Clara è dove si portò a termine la rivoluzione cubana nel 1958, quando il Che, aiutato dalla sua brigata, fece deragliare un treno blindato che trasportava più di 350 soldati armati, liberando la capitale, Santa Clara, dalla dittatura di Batista. Con l’avvento del comunismo e successivamente con la mancanza di aiuti esterni per via dell’embargo americano e l’allontanamento della Russia, l’isola iniziò un inesorabile declino, e molti pueblos come Caibarien iniziarono a svuotarsi e a cadere a pezzi. Quella che un tempo era una base navale e commerciale, oggi è un delizioso , semplice porto ricco di anime buone e gentili che rimarrà per sempre nella mia memoria e vivo nei miei racconti, con la sperenza che possa tornare al tempo del suo massimo fulgore!

“Tanto te quiero pequeno pueblo pesquero..”

Fortunata ad aver conosciuto Mi Bisabuela/ La mia nonna bis